L’opinione. Il Pd si è trasformato in un iceberg. Cronaca dell’assemblea del 7 luglio

L’opinione. Il 7 luglio scorso si è svolta l’assemblea Pd, partito trasformato in un iceberg. Cronaca e riflessioni post interventi

di Pino Gadaleta*

L’assemblea nazionale del Pd del 7 luglio si è risolta con un bel nulla. Confermato segretario Martina sino al congresso da tenersi, forse, prima delle elezioni europee del 2019, con il pensiero recondito dei renziani di far slittare le “primarie” dopo, in modo tale che Renzi, recuperata la sua immagine di leader, possa ripresentarsi e segare, lui stesso, il ramo dell’albero cui sono seduti i suoi oppositori.

La sconfitta del 4 marzo per Renzi è da attribuire alla “algida sobrietà” del governo Gentiloni, alle opposizioni interne del Pd, al trend internazionale dovuto dal “trumpismo” e dall’avanzare delle forze populiste in Europa.

Renzi si assume la responsabilità della sconfitta, ma scarica la colpa ad altri, anzi è merito suo, del suo governo, se ha arginato per quattro anni l’avanzata populista in Italia. Siamo di fronte a un guascone maremmano o a un “re travicello”?

La situazione descritta dall’ex segretario Pd è metaforicamente ascrivibile al racconto di del Visconte dimezzato (I. Calvino 1952) in cui Renzi è Medardo di Terralba, un nobile che, arruolatosi nell’esercito cristiano per sconfiggere gli Infedeli in Boemia, resta ferito da una potente cannonata che l’aveva colpito in pieno dividendo il suo corpo a metà (risultato elettorale). Inizialmente prevale la metà cattiva di Medardo, che tornato nel suo castello, inizia a tiranneggiare i suoi sudditi e a compiere malefatte e in particolare nei confronti delle persone alle quali era particolarmente legato prima di rimanere invalido, il padre (Gentiloni) muore di crepacuore poiché Medardo gli aveva ucciso il suo uccello prediletto senza ragione, e spedisce la sua balia (Martina) in un lebbrosario.

Il “guascone maremmano” si è dimenticato che grazie al “rosatellum” ha riempito le liste di suoi fedelissimi sodali, lasciando alla minoranza del Pd briciole e, così, mantenendo il controllo dei gruppi parlamentari del Pd. Poi dopo la sconfitta, si è ritirato a mangiare “pop corn”, una specie di Aventino che ha costituito il “carburante” per la formazione di un governo popolarsovranista. Le sue dieci motivazioni sulla sconfitta, sono un rosario dell’ipocrisia, una narrazione renzista cicero pro domo sua. Il nulla. La crisi del Partito è ibernata, toccherà a Martina smuovere l’iceberg in cui si è trasformato il Pd.

L’assemblea del Pd ha riservato un’ovazione dei fans per Renzi quando si è appropriato il pregio dei salvataggi nel Mediterraneo, un merito umanitario, ma che nasce, invece, dall’esigenza di ottenere “flessibilità” sui conti economici dall’Ue in cambio di un’accoglienza dei flussi migratori. Risultato che si è rivelato ben presto devastante dopo la chiusura delle frontiere degli altri paesi europei che hanno scaricato sull’Italia il peso del fenomeno migratorio evitando che l’Ue si assumesse una responsabilità equamente condivisa. Altro “carburante” renziano che ha favorito il successo elettorale dei popolarsovranisti, soprattutto per la Lega salviniana.

Per il resto l’assemblea piddina è sembrata una rappresentazione pirandelliana (Sei personaggi in cerca di autore, Pirandello, 1921) non essendo emerse alternative ma timide prese di distanza con gli interventi di Orlando, Cuperlo e lo scudiero di Emiliano, l’on. Boccia, e da uno stizzito commento privato di Gentiloni sulle valutazioni del ex segretario Pd sul suo governo. Il candidato in pectore alle prossime primarie, Zingaretti, si è astenuto dall’intervenire.

Conclusione scontata con l’elezione di Martina segretario pro tempore, il quale si è affidato all’indizione di un forum in autunno per tracciare la strategia, il programma, di un partito nuovo, riformato, rifondato, rivoluzionato, e chi vuole aggiunga altro, dove inviteranno qualche intellettuale prestato dalla società civile per alzare la qualità e il tono dell’iniziativa.

Egregio on. Martina e piddini, aspiranti segretari, è scritto: “non si può mettere il vino nuovo negli otri vecchi”. Un concetto che vale da Roma a Canicattì. Pena l’eclisse, con buona pace della “riconquista” della scena politica del Pd con una seria e credibile opposizione al governo Lega-M5, per recuperare un ruolo come Sinistra storica e riformista e, soprattutto, finalmente unita, superando e seppellendo la stagione “leopoldina”, frutto di un malinteso ragionamento sulla globalizzazione di cui non si sono compresi le assurdità e le contraddizioni e l’affievolimento dei valori della Sinistra democratica ed europeista.

*contributo volontario di opinione politica

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