L’opinione. La verità. Riflessione a voce alta… sui fatti e sulle fake news

L’opinione. Una riflessione a voce alta sulla verità sui fatti e sulle fake news

di Danilo Nesta*

Facciamoci aiutare dall’etimologia per scoprire una “realtà”.

Dal latino veritas, discendente dal sanscrito vrtta = fatto, accadimento.

Probabilmente, a seconda delle interpretazioni, si attribuisce l’origine alla radice var che nello zendo (la lingua dei testi sacri dell’antico Iran) vuol dire credere, del resto anche il sanscrito varami significa scelgo, voglio.

Chissà se il recente var calcistico appena introdotto (Video assistant referee) non si ispira a quelle radici di veritas.

Quindi si può affermare che al termine veritas, latino, si associ un significato dal valore etico e perfino spirituale della verità o meglio, di quella Verità perché essa indica ciò in cui credo, ciò che scelgo, voglio o spero, mettendo in luce l’importanza della libera e volontaria adesione ad Essa. Nei testi dei Vangeli la incontriamo diffusamente.

Ma i romani (ad esempio Cicerone) traducevano in veritas il termine greco ἀλήθεια (aletheia).

Il termine deriva da λανθάνω (lanthano) che significa ‘sono nascosto’, con l’alfa (la “a”) davanti, detta privativa, introduce una valenza negativa, quindi aletheia è lo stato del non essere nascosto, si potrebbe dire disvelamento, rivelazione, “non come una semplice realtà di fatto ma come un atto dinamico, mai concluso, attraverso cui avviene la confutazione dell’errore e il riconoscimento del falso, non un pensiero statico bensì movimento della rivelazione dell’essere”.

Allora dovremmo chiederci: i due termini (veritas e aletheia) indicano lo stesso concetto?

Naturalmente no: la prima indica la verità di fatto in cui la credenza ha assoluta prevalenza e quindi il fatto è vero senza alcuna necessità di vaglio critico; la seconda deriva dal saper pensare: la cosa diventa vera se si svela col ragionamento, quindi vera nel giudizio.

In sintesi esprimono due aspetti mossi da molle diverse: una emozionale e una razionale.

Guidati da questa distinzione ci tuffiamo nell’oggi, non trascurando ciò che la storia svela.

È fuori di dubbio che viviamo una realtà emotiva, spesso tristemente indotta, ormai comportamentale, di solito, di coloro che detengono, o ritengono di detenere, un potere su altri.

L’esempio più eclatante lo viviamo in questi mesti giorni, dove un Governo contrattuale votato da nessuno perché costruito su “alleanze” successive a distinte campagne elettorali, sta agendo esclusivamente su quelle molle emozionali.

Pensiamo, per un attimo, se avessero “svelato” questa verità prima delle elezioni, probabilmente i risultati sarebbero stati diversi, molto diversi, il che non fa escludere che accordi fossero stati già assunti prima (almeno viene spontaneo pensarlo).

E come non rituffarsi nella propria “realtà” locale per trovare analogie con questa epoca “emotiva”? Ci si presenta in un modo e non si “svela” il backstage. Dalla famosa storia del civismo a ogni costo forse celato in un partito, per giungere all’informazione forse interessata a distrarre dall’aletheia con descrizioni parziali delle verità o addirittura nascondendole, consapevole di attirare i punti deboli di una società più propensa alle emozioni che al pensare con la propria testa per ricercare attraverso il ragionamento e la ricerca, ciò che è nascosto (lanthano) e svelarlo (aletheia). Allora basta parzializzare le informazioni, non senza una buona dose di perfidia intellettuale, che in alcune testate giornalistiche sono influenzate non si capisce bene da cosa.

E ci viene in mente qualche episodio: dire che una scuola possa esser abbattuta senza svelare i reconditi motivi: perché?; approcciarsi con sufficienza a una sentenza (frutto di veritas giuridica e aletheia) che, guarda caso, è rivolta a favore dei cittadini e non del sistema: perché?. E poi ancora il versante pubblico: limitare la trasparenza degli atti o non concederne il libero accesso: perché?; rifiutare risposte o glissarle: perché?; glissare risultanze economiche e finanziarie afferenti la responsabilità amministrativa, ma raccontare ciò che è comodo ed emozionale, come per la situazione della gestione dei rifiuti (preferire sottolineare fantastiche percentuali di differenziato raggiunto ma tacitarne l’effettivo ritorno in termini economici o le contraddizioni presenti). Perché? Cui prodest? Se è vero che le domande sono lecite, è anche vero che le risposte sono cortesi, ma quando si tratta di cosa pubblica le domande diventano necessarie. Nessuno sta con le frecce avvelenate nella faretra, ma da parte degli amministratori vogliamo pretendere cortesia (giusto per essere cortesi noi). E da parte dell’informazione, il desiderio di stimolare il meglio, non di sorvolare sul peggio.

Celare invece di svelare, proprio come l’innumerevole prodotto informativo che oggi riceve un supporto notevole divulgativo di massa a mezzo social e che permette la produzione smisurata delle cosiddette fake news o della proliferazione di siti inattendibili o inverificabili per ricevere solo click economici o narcisisitici.

Quanti di noi approfondiscono o ricercano quell’aletheia? Quel disvelamento, quella rivelazione per smentire l’errore?

È più facile rincorrere e assorbire la cattiveria che svelarne l’inganno.

Dovremmo istigare all’ubriacatura certi soggetti e un certo sistema in corso?

In vino veritas (nel vino (sta) la verità), proverbio latino tradotto dall’espressione greca ἐν οἴνῳ ἀλήϑεια (en oino aletheia) del sofista Zenobio che si suole citare con l’allusione all’espansività e alla sincerità proprie di chi ha bevuto un po’ abbondantemente:

un Penthotal naturale.

“Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario” (PP. Pasolini).

*contributo volontario di opinione politica

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