L’opinione. La cultura della sanzione prende il posto della crescita culturale. La distrazione di massa

L’opinione. La cultura della sanzione al posto della crescita culturale: un sistema punitivo al posto di un sistema pedagogico. La distrazione di massa

di Danilo Nesta*

Nell’epoca della tecnica di distrazione delle masse istigate a soli fini consumistici, globali o meno, addirittura alla bellezza astratta del “non so che”, la dimenticanza prende prepotentemente il sopravvento sulle coscienze impoverite.

Con la media di 2 morti sul lavoro al giorno, escluso le morti avvenute in itinere verso il posto di lavoro, stiamo toccando punte da tragico bollettino di guerra, quella guerra che genera morti, mutilati e invalidi a vita.

Quella guerra muta e premeditatamente silenziosa del dolore di famiglie sconvolte in pochi secondi, schizzate nell’incertezza del futuro e, fondamentalmente, lasciate sole senza nemmeno avere il tempo di affogare nel proprio dolore, dovendo affrontare razionalmente uno stato improvviso e inaspettato.

Dimentichiamo, sempre troppo più facilmente, e non ci chiediamo, in una corsa sfrenata e confusa alla sopravvivenza, incapaci di guardarci intorno grazie anche all’arma di distrazione di massa tipica dei giorni nostri, se siamo diventati ciechi verso la vita di qualunque essere umano, figurarsi se possiamo provare vergogna verso la morte sul lavoro.

Già il Lavoro è una parola che ci stanno insegnando a dimenticare, figuriamoci chi ci muore di lavoro.

1029 morti nel 2017 e 1104 nel 2016 esclusi quelli in itinere. 13.000 negli ultimi dieci anni, il “Testo unico di salute e sicurezza sul lavoro” (dlgs 81/2008 e 106/2009) ancora in attesa, dopo dieci anni, di completarsi nei provvedimenti di attuazione, circa una ventina ancora, e il personale ispettivo che si dimezzerà nei prossimi 5 anni come anche il Jobs Act, che con i suoi decreti attuativi ha modificato, direttamente e indirettamente, la normativa sulla sicurezza sul lavoro, può considerarsi un’ulteriore occasione persa non essendo riuscito ad affiancare obiettivi di razionalizzazione e semplificazione per il completamento del quadro normativo, per non parlare dell’immobilismo su un loro stesso disegno di legge sull’introduzione, nel Codice penale, del reato di omicidio sul lavoro e del reato di lesioni gravi o gravissime.

Intanto, sono sorte un numero notevole di aziende proiettate alla “formazione” del personale addetto alla sicurezza nei vari ambiti, nelle aziende del riparto commerciale, artigianale e industriale e perché no, comunale (circa 8.000 Comuni in Italia).

Un grande business “certificato”, svenduto dopo gli accordi Stato-Regione come si evince dal report “La formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro” elaborato dalla Consulta interassociativa italiana per la prevenzione nel dicembre del 2015.

Appunto una svendita di certificati obbligatori partecipativi a corsi che genera nell’impresa una tendenza a considerare la sicurezza come solo onere che ha portato a una svalutazione nella qualità e una minor efficacia in termini di risultati.

Infatti nel 2017, nonostante questa “macchina” preventiva, sono stati 635.433 gli infortuni sul lavoro escluso quelli avvenuti in itinere verso il posto di lavoro.

Facciamo un rapido esempio. Un centinaio di dipendenti hanno il compito di controllare se 1,2 milioni di lavoratori a Milano hanno effettivamente svolto i corsi in questione, mission impossible, figuriamoci qui da noi.

In teoria, qualsiasi lavoratore prima di cominciare a prestare servizio dovrebbe frequentare un corso di formazione generale sulla sicurezza di minimo 8 ore, anche chi sta in ufficio (costi medi che vanno, a seconda del ruolo, da 100 a 350 euro per lavoratore, un giro di affari da 1miliardo e mezzo di euro in 5 anni nella sola Lombardia, per 4milioni circa di lavoratori che poi devono ripetere i corsi).

Un obbligo considerato “noioso” da molte aziende, che quindi, preferiscono tagliare la testa al toro: far produrre la documentazione che occorre per stare in regola e bypassare il tutto al grido del “ci guadagnano in due”.

Come si può immaginare, il principio della sicurezza sul lavoro, non si basa su un processo culturale preventivo efficace ma, come sempre, sul maledettissimo business economico che si riflette, poi, su una intera economia nazionale che non determina alcuna reale prevenzione e riduzione di morti sul lavoro.

Come sempre, in questa nostra grande Italia distratta da contratti post elettorali e da ministeri tuttofare, ci si continua a perdere su aspetti che hanno valenza di campagna elettorale perenne, invece di interrogarsi, accelerare e agire concretamente sulla classe produttiva primaria in sua difesa e in difesa di diritti sanciti dalla Costituzione, troppo impegnata a distribuire connessioni internet o a puntare i cannoni sulle barche di emigranti, proprio per distogliere e per esasperare la disuguaglianza e la disumanità, invece di trasformare in risorsa e posti di lavoro lo sviluppo della cultura della sicurezza che alla fine viene vista come ulteriore fonte, potenziale, di introiti attraverso sanzioni.

La cultura della sanzione al posto della crescita culturale, un sistema punitivo al posto di un sistema pedagogico. Una società che si sta sviluppando sul principio del: nasco, lavoro per vivere, consumo e muoio.

Forse dobbiamo tornare umani.

*contributo volontario di opinione politica

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