Cani e cinghiali randagi: di chi è la colpa in caso di danni? E nel caso di cani di proprietà?

Cani – ma anche cinghiali – randagi. La responsabilità per danni subiti è in capo all’ente pubblico, Comune o Asl, come prevede la legge. In caso di cani di proprietà, occhio alla tenuta.

di Barbara De Lorenzis*

Le regole in materia di animali e, in particolare, di cani (al guinzaglio, di proprietà sfuggiti al recinto o randagi) sono quelle che fanno capo, sostanzialmente, al principio generale fissato dal codice civile, principio che detta la cosiddetta “responsabilità oggettiva” di chiunque possegga un animale, sia egli il proprietario o colui che ne ha la custodia per un tempo limitato, come ad esempio il dog-sitter.

Chi risarcisce i danni provocati da un animale come, ad esempio, un morso dato a un passante, la caduta da una moto o da una bicicletta in caso di aggressione da parte di un branco impazzito, un incidente stradale per il cane randagio che attraversa la strada?

Per morsi e aggressioni dei cani randagi sono responsabili Comune e Asl. Dispone a tal proposito la norma che “il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso, è responsabile dei danni causati dall’animale, sia che fosse sotto la sua custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito”. Questo significa che, in prima istanza, il proprietario o il custode si presume sempre responsabile, salvo dimostri di non aver potuto impedire il fatto anche usando la massima diligenza. Essa si sostanzia, ad esempio, disponendo di una museruola nel caso in cui l’animale possa dare un morso o tenerlo lontano – benché al guinzaglio – dai passanti quando ci sia il rischio che possa aggredirli; ed ancora non affidarne la cura a chi non potrebbe gestirlo in una situazione di emergenza (è stato ritenuto responsabile il proprietario di un cane che ne aveva affidato il guinzaglio a un bambino benché quest’ultimo non fosse in grado di trattenerlo per inesperienza e timore; e così, dopo uno strattone dell’animale, il ragazzino lo aveva fatto fuggire con conseguenti danni ai passanti).

Il proprietario del cane è anche responsabile del disturbo causato ai vicini di casa per colpa del suo abbaiare. Sia chiaro che il cane ha “il diritto di abbaiare” (così come hanno chiarito più volte i comuni) e i regolamenti condominiali non possono impedire ai proprietari di tenere animali in casa (salvo si tratti di regolamenti approvati all’unanimità). Tuttavia, il padrone deve fare di tutto per evitare le molestie. Esso è responsabile dei danni da questo provocati non solo quando l’animale si trovi sotto la sua custodia, ma anche qualora sia smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito. Tale responsabilità può essere vinta da alcune condizioni, come ad esempio la rottura del guinzaglio o della catena a cui l’animale era legato, l’improvviso raptus o lo scatto del cane che sia riuscito a divincolarsi dalla presa, il morso dato all’improvviso non sono state ritenute situazioni tali da integrare il caso fortuito. L’obbligo di rendere l’animale in condizione di non arrecare danni alle persone o alle cose è dunque di volta in volta attribuito al proprietario, oppure a chi abbia temporaneamente la custodia dell’animale.

Nel caso invece di cani randagi, che è cosa ben diversa, su chi ricade la responsabilità?

La responsabilità in questo caso è degli enti pubblici, i quali sono tenuti a garantire l’incolumità della collettività da fatti legati al randagismo. Qui, per stabilire se la richiesta di risarcimento va fatta al Comune o all’Asl bisogna andare a spulciare le leggi regionali e verificare se queste – così come nella maggior parte dei casi – hanno affidato o meno all’Azienda sanitaria locale la gestione, la cura e la prevenzione del randagismo. In tale ipotesi l’azione va intentata contro l’Asl (ad esempio è il caso della Puglia), altrimenti contro il Comune.

Criterio appena descritto che può essere esteso in linea di principio anche agli animali selvatici, come ad esempio cinghiali, o caprioli o daini che, attraversando la strada causano un incidente stradale. Il nostro Paese è una penisola attraversata dagli Appennini, una catena montuosa in cui è facile imbattersi in animali selvatici. Un problema attuale piuttosto preoccupate è quello che sta riguardando proprio il proliferare dei cinghiali, soprattutto nelle regioni meridionali e nelle zone periferiche e senza particolare controllo. Ebbene, l’automobilista che, a causa di un animale selvatico, abbia sbandato e urtato contro il muro di contenimento o contro un’altra auto ha diritto a chiedere il risarcimento all’ente proprietario della strada (il Comune, la Provincia, la Regione). Ciò vale anche se la rete attorno alla carreggiata è integra e non risulta danneggiata. La pubblica amministrazione ha, infatti, una posizione di garanzia nei confronti degli utenti della strada che le impone quella che si definisce «responsabilità oggettiva», che scatta anche se questa non ha alcuna colpa per l’evento (Cosi la Cassazione, sentenza n. 11785/17). Cosa può impedire il risarcimento del danno? L’unico modo che ha l’ente titolare della strada per sottrarsi alla richiesta di risarcimento del danno è dimostrare che l’incidente è avvenuto per «caso fortuito», ossia che la presenza dell’animale selvatico sulla carreggiata è dovuta a un fatto imprevedibile e inevitabile: ad esempio un’improvvisa rottura della recinzione ad opera di vandali avvenuta «di recente», oppure per l’eccesso di velocità dell’automobilista danneggiato. Come la stessa Cassazione ha da un po’ avuto modo di chiarire (sent. ord. n. 12944/15 del 23.06.2015) è vero che la legge attribuisce alla Regione il compito di gestire la fauna selvatica e, quindi, anche la relativa responsabilità per gli incidenti stradali da questa prodotta, ma è anche vero che la Regione può delegare la Provincia di tali compiti. E in tal caso a risarcire sarà quest’ultima.

*rubrica legale a cura dell’avvocata

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