Acquisti online, quando è valido il diritto di recesso? E vale per tutti i consumatori?

Acquisti online e diritto di recesso o di ripensamento. Quando è valido? Vale per tutti i consumatori? Quali sono i termini?

di Barbara De Lorenzis*

Una delle controversie in cui più spesso i consumatori si imbattono è rappresentata da quella degli acquisti effettuati al di fuori dei convenzionali esercizi commerciali, via telefono e ancora più spesso gli acquisti online.

In questo tipo di pratiche, sovente si pone il problema della difformità di quanto viene consegnato rispetto alle caratteristiche dell’articolo descritto. Quando questo si verifica, sorge il cosiddetto diritto di ripensamento. In molti credono che in tutti gli acquisti si abbia diritto al recesso o ripensamento, ma così non è. Il diritto di recesso si applica solamente ai contratti stipulati “fuori dai locali commerciali”, oppure nei contratti a distanza, ovvero conclusi a mezzo internet o altri mezzi di comunicazioni quali telefono etc. La logica è facilmente comprensibile: fuori dai locali commerciali o quando si stipulano contratti a distanza, non è il consumatore che decide di fare acquisti ma l’acquisto molto spesso gli viene proposto, anche attraverso il meccanismo dei c.d. cookies, pubblicità che ci giunge random per averla preventivamente autorizzata con un click, che porta spesso ad acquistare un prodotto messo in evidenza sullo strumento al momento utilizzato, ma in effetti non ha la lucidità che potrebbe avere nel caso in cui invece avesse deciso di entrare in un negozio. E allora si decide per l’annullamento dell’acquisto.

L’effetto di tale annullamento consiste nel diritto del consumatore di avere la restituzione di quanto eventualmente pagato e restituire la merce eventualmente ricevuta, mentre i costi della restituzione di quanto eventualmente già ricevuto, sono a carico del consumatore.

Le due modalità, in particolare, dell’acquisto online maggiormente diffuse nella prassi sono:
1. quelle fatte dal compratore mediante un ordine inoltrato, previa registrazione, al sito di e-commerce del venditore, del produttore o del distributore del bene.
2. quelle fatte dal compratore attraverso l’accesso a piattaforme tecnologiche di proprietà di terzi sulla quale i venditori, mediante l’apertura di un proprio account ospitato sulla piattaforma stessa, hanno la possibilità di offrire in vendita online oggetti di loro proprietà (di ogni genere e sorta) e i potenziali acquirenti possono ricercare e acquistare – sempre online – i beni che desiderano acquistare. Si pensi ad Amazon e eBay, le più note piattaforme di vendita comunemente definite marketplace.
Per quanto concerne i consumatori digitali, in caso di ricevimento di un prodotto difettoso, l’acquirente può sempre avvalersi del cd. diritto di ripensamento previsto dall’art. 52 del Codice del consumo (D. Lgs. n. 206/2005) che gli consente di recedere dal contratto di acquisto senza alcuna penalità e senza dover specificare il motivo: il recesso deve essere comunicato per iscritto al venditore, con raccomandata a/r, Pec o fax, entro 14 giorni lavorativi dal ricevimento della merce ed entro i 14 giorni successivi il consumatore, a fronte della restituzione della merce, ha diritto al rimborso del prezzo pagato.

Dell’esistenza del diritto di recesso – e dei modi per esercitarlo – il consumatore deve essere informato dal venditore prima di acquistare la merce e conseguentemente la legge prevede che nei siti di e-commerce, prima di poter accedere alla procedura di pagamento, debba essere riportata, in modo chiaro e intellegibile, l’informativa sul diritto di recesso che il consumatore dichiara di conoscere ed accettare flagando il corrispondente pulsante attivo prima di procedere alla fase del pagamento.
Oltre a ciò, il consumatore digitale, al pari di ogni altro consumatore, può sempre, a sua scelta, chiedere la riparazione o sostituzione del prodotto – senza spese – o una riduzione adeguata del prezzo o infine la risoluzione del contratto secondo quanto previsto dal Codice del consumo.
Vi sono, poi, acquirenti digitali professionisti, per i quali non è previsto un equivalente diritto di ripensamento e pertanto, a tutela del compratore che voglia contestare vizi e difformità del bene acquistato, trovano applicazione le regole generali sui vizi della merce contenute negli artt. 1490 ess. del Codice civile.
Tali norme, in buona sostanza, prevedono che allorquando la merce acquistata presenta difetti tali da renderla inidonea all’uso a cui è destinata, o è difforme rispetto alle qualità promesse, il compratore può, a sua scelta, domandare la risoluzione del contratto – con restituzione della merce e ottenimento del rimborso – ovvero la riduzione del prezzo corrisposto.
Ha però l’onere di denunciare per iscritto al venditore i vizi entro il termine di 8 giorni dalla loro scoperta, termine che decorre dalla data di consegna del bene se i vizi sono palesi.

Ci si chiede, ora, se i diritti che spettano all’acquirente digitale – consumatore o professionista – oltre che nei confronti del venditore, possono essere fatti valere anche nei confronti del terzo proprietario della piattaforma digitale attraverso la quale il bene sia stato eventualmente venduto.
Va precisato che il marketplace funge da luogo virtuale ove sono ospitati gli annunci contenenti le offerte commerciali dei venditori: il gestore proprietario del portale non vende nulla ma si limita a fornire ai venditori il godimento di uno spazio virtuale sulla sua piattaforma – cd. hosting – ed eventualmente a fornire alcuni servizi ulteriori quali la gestione dei sistemi di pagamento e/o la spedizione della merce.
Non essendo parte del contratto di vendita, il titolare del marketplace non può essere quindi chiamato a garantire per i vizi e i difetti del bene compravenduto attraverso la “intermediazione” della sua piattaforma.
Tuttavia il proprietario del marketplace ha alcuni doveri informativi e “di controllo” che deve porre in essere se non vuole incorrere in una responsabilità extracontrattuale nei confronti degli acquirenti.
In primo luogo deve evidenziare in maniera chiara – e agevolmente percepibile già dal primo contatto con il sito – la circostanza che i beni presentati sulla sua piattaforma sono venduti da soggetti terzi distinti e indipendenti dal proprietario della piattaforma medesima.
Inoltre, le Linee guida per l’applicazione della Direttiva 2011/83/Ue – contenente le ultime modifiche al Codice del consumo – hanno chiarito che anche le piattaforme di vendita sono chiamate in solido coi venditori a rispettare l’obbligo di fornire all’acquirente alcune imprescindibili informazioni tra le quali – si citano le principali – le caratteristiche più rilevanti del prodotto, tutti i dati anagrafici e di contatto del venditore, il prezzo, i costi ulteriori, tempi e modalità del diritto di recesso, l’esistenza e le modalità di esercizio della garanzia legale.

Nel caso in cui il professionista ometta di indicare termini e modalità del recesso, in tale tipologia di contratti, il consumatore può esercitare lo stesso il diritto ma il termine passa da 14 giorni a 12 mesi dalla conclusione del contratto. Anche in questo caso, non si applicherà alcuna penale a carico del consumatore.

Ma da quando inizia a decorrere il termine per il recesso? Nei contratti di servizi il termine inizia a decorrere dalla conclusione del contratto, per cui ad esempio se abbiamo accettato una offerta telefonica, il termine di 14 giorni inizia a decorrere da quando abbiamo ricevuto la telefonata; nei contratti di vendita anche se conclusi telefonicamente, invece il termine inizia a decorrere da quando entriamo in possesso del bene, per cui dal momento della consegna; per i contratti di fornitura (energia elettrica, telefonia etc) il termine inizia a decorrere dal giorno di conclusione del contratto.

La disciplina del diritto di ripensamento, infine, non si applica per i contratti conclusi a distanza che abbiano ad oggetto: servizi finanziari; fornitura di prodotti alimentari; costruzione, vendita o locazione di immobili; giornali, periodici o riviste; servizi di scommesse o lotterie; beni confezionati su misura o personalizzati; beni o servizi il cui prezzo è legato a fluttuazione dei tassi del mercato finanziario non controllabile dal venditore; prodotti audio-video o software sigillati che siano stati aperti dal consumatore nonché contratti negoziati nelle fiere, saloni ed esposizioni. In questi casi, invero, trattasi di attività solo temporaneamente dislocata in luogo diverso dalla sede legale e dall’ordinaria sede commerciale e, pertanto, si può affermare che il consumatore che acceda di sua iniziativa allo stand fieristico e ivi concluda un affare si possa considerare in situazione tale da non venire sorpreso e colto impreparato dalle offerte commerciali in cui si imbatte, dato che normalmente vi si reca proprio per conoscere e valutare tali offerte”.

*rubrica legale a cura dell’avvocata

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