Santo Graal e mito: a chi apparteneva e dove sbarcò? La leggenda di Otranto

Il mito del Santo Graal. Ma a chi appartenne e dove sbarcò? La leggenda del calice dell’ultima cena porta a Otranto, ma esistono molti santi graal: da Genova a Valencia, ecco la storia.

di Pino Gadaleta

San Giovanni d’Acri (Akka) nel periodo delle Crociate era una città portuale fiorente della Palestina settentrionale. Qui risiedevano tutti gli insediamenti degli Ordini monastici militari e i presidi commerciali delle Repubbliche marinare. Fu conquistata nel 1191 da Riccardo Cuor di Leone, decapitando 2500 musulmani. Cento anni dopo, il 5 aprile del 1291, il sultano mamelucco egiziano Al-Ashraf, espugnò l’ultimo avamposto crociato della Terrasanta. Gli ultimi a lasciare Acri furono i Templari, al comando del maresciallo Jacques De Molais, il futuro e ultimo Gran maestro, che imbarcò il tesoro templare.

Il tesoro era costituito da preziosi e da reliquie, il cui lucroso commercio arricchiva le casse dell’Ordine del Tempio, reliquie che assumevano un legame feticistico con i fedeli, incoraggiato dal clero. Dal II Concilio di Nicea (787 d.C.), inoltre, fu istituito l’obbligo di consacrare gli altari con la presenza della reliquia di un santo.

Dalla Terrasanta provenivano le reliquie di Gesù, delle Marie e degli Evangelisti. Immancabile era il glorioso Graal, il calice dell’ultima cena avvenuta, probabilmente, in casa di san Marco a Gerusalemme.

Sono molti i sacri calici in circolazione. Nel XVI secolo si contavano, fra i tanti, il Calice di Antiochia, il Calice di Nanteos, la Coppa di Hawstone Park, il Calice di Ardagh, il Calderone di Gundestrup, il Sacro Catino di Genova, in vetro smeraldo, e il Santo Calice di Valencia. Solo quest’ultimo, però, è stato riconosciuto dalla Chiesa, poiché una consolidata tradizione racconta che appartenesse a san Pietro, ma al British Museum se ne possono ammirare diversi di simile fattura.

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Il mercato delle reliquie rendeva tantissimo, perciò era alimentato anche da falsi confezionati ad hoc, tanto che si assiste al proliferare, a titolo di esempio, di diverse teste di san Biagio, presenti a Napoli, a S. Maximin in Provenza, a Montpellier, a Orbetello, a Parigi, ma le amenità sull’argomento sono tante.

La notte di ottobre del 1291 i Templari, carichi di ricchezze, lasciarono definitivamente Acri per non mettervi mai più piede.

Immaginiamo che con loro viaggiasse la reliquia del Graal, o altro manufatto a questo assimilabile, che segretamente scortato da 13 cavalieri templari dovevano raggiungere il loro quartiere generale a Parigi.

I nostri 13 Templari approdano a Otranto. Sbarcano, e dove portano la loro reliquia? Nella cattedrale, questo è il luogo, infatti, più adatto per la sua sacralità e per il suo alto valore simbolico per custodire temporaneamente il Graal.

Nella cattedrale idruntina il monaco Pantaleone (1163) approntò un mosaico, un esempio di horror vacui medievale, rappresentando l’albero della vita, dove è collocata l’immagine di Re Artù, il dominus dei cavalieri della Tavola rotonda. Perceval o Parsifal è uno dei suoi tredici cavalieri, il nobile errante in armatura rossa, tenace ricercatore del Graal che, dopo alterne vicende, riuscì ad ammirarlo nel castello del Re Pescatore.

Il mito del Graal è raccontato per la prima volta da Chrétien de Troyes nel 1181, appunto, nel celebre romanzo, incompiuto, Perceval ou le Conte du Graal, cui si aggiunge quello scritto da Wolfram Escenbach nel 1210, che trasforma il calice sacro in una gemma, diversamente dal racconto di Robert Boron (1170-1212), che lega il Graal alla coppa in cui Giuseppe D’Arimatea raccolse il sangue del Crocifisso. Tutto questo poi s’intreccerà con il mito della Maddalena, tanto venerata dai Templari, attorno a cui ruoterebbe la sacra discendenza, Sang Royal, di Cristo, incarnatasi nella dinastia francese dei Merovingi.

I Templari, partiti da Otranto, si fermarono a Brindisi, fuori dalle mura della città, presso il convento francescano di S. Maria del Casale (1284-1322). Fu proprio in questa chiesa che nel 1313 furono processati e condannati i monaci bianco-rosso-crociati presenti nel Regno di Sicilia, in seguito alla loro scomunica, avvenuta venerdì 13 ottobre del 1307, su istigazione dell’indebitato re francese Filippo il Bello, allo scopo di impossessarsi del loro ingente patrimonio.

Lasciata Brindisi, e, dopo una sosta a Monopoli, i 13 cavalieri giunsero a Bari per riporre la sacra reliquia al sicuro, nella basilica di S. Nicola, il santo che meglio rappresenta la sintesi tra Occidente e Oriente del culto cristiano. Una sosta per onorare s. Nicola, ma anche per rinnovare il mito arturiano che in questa basilica sarebbe rappresentato nei fregi della “porta dei leoni”.

Chissà che non sia stato da loro concepito il misterioso crittogramma, ripreso, poi, a sbalzo su una lamina d’argento seicentesca e posta nel retro dell’altare d’argento (!?).

Il viaggio prosegue per S. Maria del Monte, presso l’affascinante castello federiciano.

Si apre un nuovo un capitolo. Lo spazio concesso è finito, alla prossima!

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