Strade, precipitazioni, allagamenti e responsabilità. Chi risarcisce i danni?

Strade allagate e danni causati e subiti. Di chi sono le responsabilità? e Chi è tenuto a risarcire i danni. Ecco cosa dice la legge.

di Barbara De Lorenzis*

In questi anni stiamo registrando degli eventi climatici non consoni alle stagionalità. Questi eventi atmosferici causano diversi danni.

Gli allagamenti sono sempre presenti a causa delle copiose piogge che rendono le strade come acquitrini e nel contempo provocano un’emergenza alla sicurezza stradale. Gli enti periferici spesso non sono pronti e intervengono post “nubifragio”. Sta di fatto che questi fenomeni, talvolta dalle fattezze “tropicali”, innescano dei seri rischi per le abitazioni, magazzini e garage, sottoscala, soprattutto per quelli a piano terra o interrati, sia di abitazioni civili che di esercizi commercial. Da essi è inevitabile la procedura della richiesta danni. Ma chi deve risarcire i conseguenti danni?

L’ente proprietario della strada è spesso chiamato in “causa” per questi fatti poiché è tenuto a provvedere a una serie di opere di manutenzione, gestione e controllo delle strade, delle loro pertinenze e arredi, nonché delle attrezzature, impianti e servizi; pertanto, tali enti sono responsabili per le cose in custodia, ai sensi dell’art. 2051 c.c. Se il Comune non adempie ai suoi obblighi di custode, sarà appunto responsabile per i danni causati dalle intense precipitazioni atmosferiche. Nella fattispecie giuridica che vogliamo prendere in considerazione rientrano di quelli che potevano essere evitati apportando dei correttivi alla rete viaria che in caso di fenomeni di allagamento non riesce a incanalare l’acqua nella tubatura o nei fossi limitrofi alle sede stradale.

È quanto disposto di recente dalla Sezione sesta civile della Cassazione, nell’ordinanza 28 luglio 2017, n. 18856. Nella vicenda in esame, un ente comunale era stato condannato dalla Corte di merito a risarcire l’appellante principale, per i danni arrecati all’autorimessa e deposito, di proprietà di quest’ultimo, invasi da acqua e fango, in conseguenza dell’allagamento delle strade dovuto a un forte temporale. Nell’esaminare il caso in oggetto, la Suprema corte ha precisato che sono custodi tutti i soggetti – pubblici o privati – che hanno il possesso o la detenzione della cosa (Cass., 20/2/2006, n. 3651; Cass., 20/10/2005, n. 20317), ed in quanto tali, hanno obblighi di manutenzione e di controllo sulla cosa custodita.

Secondo le regole generali in tema di responsabilità civile, nel caso di richiesta di risarcimento danni, spetta a chi propone domanda di ristoro del pregiudizio subìto, causato dall’omessa o insufficiente manutenzione della cosa in custodia o delle sue pertinenze, provare che i danni subiti derivino dal rapporto di causalità, dunque dal collegamento diretto, tra l’evento dannoso con la cosa in custodia.

Eccezione alla regola generale è però data dall’inversione dell’onere della prova, la quale impone al custode (il Comune), presunto responsabile, di dare eventualmente la prova liberatoria del fortuito: c.d. responsabilità aggravata. Il custode è tenuto a dimostrare che il danno verificatosi non era prevedibile né evitabile con una condotta diligente adeguata alla natura e alla funzione della cosa in base alle circostanze del caso concreto, ponendo in essere attività di controllo, vigilanza e manutenzione gravanti sul custode secondo disposizioni normative (art. 14 C.d.S.). Prova liberatoria che consente al custode di sottrarsi alla responsabilità presunta ex art. 2051 c.c., è quindi il caso fortuito, che si determina quando l’evento dannoso si sia verificato prima che l’ente proprietario abbia potuto rimuovere, nonostante l’attività di controllo espletata con la dovuta diligenza, la straordinaria e imprevedibile situazione di pericolo determinatasi.

Con particolare riferimento ai danni cagionati da precipitazioni atmosferiche, la Cassazione ha poi evidenziato che non si possono più considerare come eventi imprevedibili alcuni fenomeni atmosferici ormai sempre più frequenti, per cui l’eccezionalità e imprevedibilità delle piogge possono configurare il caso fortuito o la forza maggiore, tali da escludere la responsabilità del custode per il danno verificatosi, solo quando costituiscano una causa sopravvenuta autonomamente sufficiente a determinare l’evento, nonostante la manutenzione e pulizia dei sistemi di smaltimento delle acque piovane, che, si sottolinea, deve essere ad opera dell’ente che si occupa della rete fognaria, costante e qualificata. Dunque, un temporale di particolare intensità, può integrare il caso fortuito se non vi siano condotte tali da configurare una corresponsabilità del custode, che invoca l’esimente, con la società addetta alla rete fognaria stessa. E pertanto, nei fatti pratici, difficile (anche se non ardua, dobbiamo dirlo) appare per l’ente pubblico provare l’esclusione della propria responsabilità per concausa effettiva derivante da cattiva manutenzione dell’acquedotto.

Al fine di escludere la responsabilità del custode, quest’ultimo dovrà dimostrare di aver effettuato la corretta manutenzione e pulizia delle strade, e che le piogge sono state così intense che gli allagamenti si sarebbero, comunque e nella stessa misura, verificati.

Nel caso concreto la Corte ha anche valutato una serie di “concause” addebitabili al Comune, così ritenendo che, se l’ente suddetto avesse adempiuto agli obblighi sullo stesso gravanti come custode, l’evento dannoso, nonostante la eccezionalità delle piogge, non si sarebbe verificato o comunque avrebbe avuto consistenza inferiore.

Altra ipotesi che viene spesso valutata è che l’evento si sia verificato col concorso colposo del creditore (art. 1227, art. 2055 Cod. Civ.) il quale possa aver agito con una negligenza tale da contribuire, direttamente o indirettamente alla determinazione del danno stesso.

Ma nell’ambito di tale contesto d’indagine principale, e di valutazione circa la ricorrenza del “caso fortuito”, risulta comunque pacifico il dato che, al fine di poter ascrivere le precipitazioni atmosferiche nell’anzidetta ipotesi di esclusione della responsabilità ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., è necessaria tecnicamente la distinzione tra “forte temporale”, “nubifragio” o “calamità naturale”, in relazione alla intensità ed eccezionalità (in senso statistico) del fenomeno (Cass. n. 522 del 1987, cit.).

In tale ottica, dunque, l’accertamento del “caso fortuito” rappresentato dall’evento naturale delle precipitazioni atmosferiche deve essere essenzialmente orientato da dati scientifici di stampo statistico (in particolare, i dati c.d. pluviometrici) riferiti al contesto specifico di localizzazione della cosa che è oggetto di custodia.

Pertanto, è solo a seguito di indagine in ambito stragiudiziale (anche con l’aiuto dell’accertamento tecnico preventivo), come pure giudiziale, che è possibile per l’ente escludere la sua responsabilità con la dimostrazione del caso fortuito. In mancanza, certamente il Comune risponde dei danni arrecati da eventi atmosferici accaduti sulla cosa in custodia”.

*rubrica legale a cura dell’avvocata

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