Direzione Pd, Renzi si lascia sopravvivere alla Waterloo elettorale. Avviso di sfratto per Emiliano

Direzione Pd. Nel partito si discute ma non si arriva alla discussione centrale: riconoscere la Waterloo elettorale. Renzi si lascia sopravvivere mentre il risultato delle urne è l’avviso di sfratto per Emiliano.

di Pino Gadaleta

“Mi dimetto ma non mollo”. “Ho visto piaggeria e viltà… la rivincita verrà prima del previsto”.

È racchiuso in queste dichiarazioni di Matteo Renzi, in sostanza, il significato dell’ultima direzione del Pd, preceduta da una sua intervista pubblicata dal Corriere della sera.

Il segretario, dimissionato dallo statuto del partito, ha così condizionato sia la relazione politica, in perfetto stile ecumenico-politichese del suo vice Martina, che il dibattito nella direzione.

I cinquantotto interventi registrati nel corso della riunione non hanno chiarito i motivi della più grande sconfitta storica della sinistra italiana dal 1948 in poi, e riconfermata la presenza della segreteria uscente, ad eccezione di Debora Serrachiani, come garanzia pretoriana del controllo dei prossimi avvenimenti che sicuramente investiranno il Pd da parte di Renzi. Ovvio, considerando che la componente renziana sia nel partito sia nella rappresentanza parlamentare ha una salda maggioranza. Tutto è stato rinviato all’assemblea generale del Pd che si terrà ad aprile, che dovrà stabilire un percorso di “rigenerazione”.

Martina ha enfatizzando la convocazione di assemblee nei 6.000 circoli del Pd. Sono mai state consultate per lo jobs act, per la riforma de ‘La buona scuola’, soprattutto per il referendum e tantomeno per la formazione delle liste? Il Partito ha galleggiato sull’indiscutibile carisma del segretario eletto nelle primarie.

Il secondo concetto ribadito con forza da Martina, e condiviso da tutta la direzione, con un distinguo della componente che fa capo al governatore della Puglia Emiliano, è la consegna del partito al suo ruolo naturale di opposizione costruttiva. Compito di formare un governo spetta a Lega e M5s ma si è sottotaciuto su un rapido ritorno alla consultazione elettorale e sulla sconfitta dell’asse “sotterraneo” di Renzi e Berlusconi.

Il terzo aspetto della relazione di Martina è un richiamo all’unità interna con auspicate decisioni collegiali, perché “per tutti noi, inizia un nuovo impegno”, appello che per la sua ovvietà non poteva che essere accettato da tutti.

Questo permetterebbe a Renzi di poter aspirare alla sua seconda rivincita, dopo quella del disastroso risultato del referendum, e marginalizzare Orlando ed Emiliano. Franceschini si è, invece, ritagliato il ruolo della sfinge oracolare, in attesa di future concessioni.

Vi era stato un tentativo di chiudere la discussione in direzione limitandosi ad approvare la relazione di Martina ed evitare la discussione, e forse sarebbe stata una scelta più giusta considerando che non si è registrata una seppur documentata autocritica.

Martina non ha interpretato, ad esempio, perché in tre quarti dei collegi uninominali ha vinto il M5s e per il restante la Lega e i suoi alleati, nonostante che le scelte dei candidati siano state deliberate dal “caminetto” del “giglio magico”. Non una parola che spiegasse che in molti collegi, e quindi nel territorio, il M5s ha superato il 50% dei consensi. Non si tratta solo di rabbia, ma dell’abbandono di molti elettori che votavano Pd. Per la Puglia questo risultato suona già come un avviso di sfratto per Emiliano e molti sindaci Pd.

Il tasso disoccupazione in Sicilia è al 22,1%, in Campania al 20,4, in Puglia al 19,4 (in Germania è al 3,6) e la Banca d’Italia ha certificato oggi l’aumento del rischio di povertà e l’aumento delle disuguaglianze. Dopo 150 anni la “questione meridionale” resta irrisolta. La sinistra italiana si è imborghesita, non ha né un Corbyn o un Melenchon che testimoniano invece una realtà, seppur ridimensionata, ancora attiva di una sinistra degna di tale nome.

La direzione del Pd invece di riconoscere la sua Waterloo elettorale si è ben guardata dal mandare in esilio a sant’Elena i responsabili di questa disfatta, ha sancito, invece, la sua volontà di “studiare, capire e ascoltare”. Mentre il Pd studia, l’Italia rischia grosso.

Il grande rottamato di questa tornata elettorale si tiene ben stretto il suo partito, magari rigenerato, non ha bisogno di fondarne un altro.

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