Violenza a scuola, abuso dei mezzi di correzione o maltrattamenti?

Violenza a scuola, abuso dei mezzi di correzione o maltrattamenti? I minori spesso sono vittime di forme di violenza negli ambienti scolastici. Come riconoscerla e come intervenire?

di Barbara De Lorenzis*

I casi di maltrattamenti fisici e psicologici in ambito scolastico non sono purtroppo una novità. Sovente assistitiamo a forme di violenza anche da parte di insegnanti nei confronti dei bambini, comunque di minori. Gli abusi e i maltrattamenti a scuola, nella scuola dell’infanzia o nella scuola primaria sono, poi, quelli connotati da caratteristiche che spesso non è facile individuare, ragione per cui diviene necessario cogliere accuratamente e celermente tutti i segnali lanciati dal bambino vittima dell’evento.

Individuare la violenza, là dove si cela, non è facile. I bambini, talvolta, preferiscono tacere per diverse ragioni, chi per paura di non essere creduto, altri perché sono stati minacciati, o perché si vergognano di quello che stanno vivendo. A tal proposito, spesso i genitori non sanno come muoversi. Molte volte, infatti, sono sospesi tra il confidarsi con altri, chiedere spiegazioni alla scuola o rivolgersi alle forze dell’ordine, con il dubbio su quale sia davvero la cosa giusta da fare. I segnali del bambino vengono manifestati in modi diversi, ed esplicitano quella che è soprattutto la paura verso l’insegnante.

Denuncia maltrattamenti a scuola: a chi rivolgersi. La cosa più importante da fare, da parte del genitore, è quella di mantenere la calma, costruire un dialogo collaborativo con il bimbo, in modo tale che quest’ultimo riesca a fidarsi e a comunicare il suo malessere. Quando i genitori, nel momento in cui vengono a conoscenza di un abuso a danno del minore, devono fare affidamento alle Forze dell’ordine (Polizia o Carabinieri) e alla Procura presso il Tribunale ordinario, che hanno il compito di individuare l’abusante.

La Procura presso il Tribunale per i Minorenni, invece, si occupa della tutela del bambino e favorisce l’adozione di tutti i provvedimenti utili a ristabilire una condizione familiare tutelante.

Ma come fanno a capire che si trovano in situazioni di pericolo? E quando, nello specifico, si parla di maltrattamenti psicologici? Il maltrattamento psicologico è considerato la forma di maltrattamento infantile più subdola, dal momento che è meno visibile. Secondo il Telefono azzurro, una percentuale abbastanza elevata (che si aggira tra il 21% ed il 49%) di bambini e adolescenti che sono stati abusati e maltrattati è asintomatica, il che vuol dire che non presenta nessun particolare sintomo o problemi di adattamento psicosociale in seguito all’abuso e maltrattamento subito. Quindi, occorre sottolineare che l’obiettivo principale del genitore è quello di prestare attenzione ad ogni minimo segnale che il bambino gli lancia, diretto o indiretto che sia.

La legge distingue tra il reato di abuso di correzione o disciplina come previsto e disciplinato dall’art. 572 c.p. ovvero del reato di maltrattamenti in famiglia, di cui al precedente art. 571 c.p.
La questione in verità è controversa e non è esente da dubbi. È richiesta, al contrario, una seria e puntuale valutazione di tutte le circostanze del caso, da ricondurre sotto l’alveo dell’una o dell’altra fattispecie astratta.

Un caso. La vicenda vedeva imputata un’insegnante di una scuola elementare, per il grave delitto di maltrattamenti di cui all’art. 572 c.p. La denuncia giungeva da alcuni genitori della scuola elementare, per presunti maltrattamenti continuati di quest’ultima nei confronti di alunni, con condotte consistite in violenze sia fisiche sia psicologiche. Già condannata in primo grado per il reato a lei ascritto, la stessa proponeva appello alla competente Corte di Brescia. Ebbene, quest’ultima, all’esito del giudizio di secondo grado, riqualificava il reato sotto la fattispecie del delitto di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, rideterminando così la pena. Mancava, a giudizio del collegio giudicante, il dolo, seppure generico (dunque la volontarietà), dell’agente di sottoporre le vittime a fatti oggettivamente rientranti negli “maltrattamenti” di cui al reato contestato; difatti la finalità perseguita dalla donna “che comunque agiva nel convincimento di perseguire il fine di educare e correggere la vittima” comportava che la stessa non avesse affatto ragione di percepire le proprie condotte come obiettivamente fonte di vessazione e umiliazione rilevante ai sensi dell’art. 572 cod. pen., come dimostrato dalla reazione dei minori. Ciò, quindi, imponeva la rivalutazione dei fatti (…).

Di avviso contrario la Suprema Corte di Cassazione, che senza esitazione alcuna, accoglieva il ricorso del Procuratore generale presso la Corte di Appello, sotto il profilo della erronea qualificazione giuridica del fatto, in quanto in evidente contrasto con l’orientamento ormai costante della giurisprudenza, in tema di definizione dei rispettivi ambiti dei reati di cui agli articoli 571 c.p.:
Chiunque abusa dei mezzi di correzione e di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di una professione o di un’arte è punito, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente, con la reclusione fino a sei mesi”. Recita invece l’art. 572 c.p. : “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni“.

L’abuso dei mezzi di correzione presuppone un uso corretto e legittimo di tali mezzi, tramutato per eccesso in illecito (abuso).
L’uso sistematico della violenza, quale ordinario trattamento del minore, anche lì dove fosse sostenuto da animus corrigendi, non può rientrare nell’ambito della fattispecie sopra delineata ma deve concretizzarsi necessariamente, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, nel reato più grave di maltrattamenti (Sez. VI, 12/36564).

Ma è giusto parlare di correzione? La Cassazione ha più volte spiegato che, con riguardo ai bambini, il termine «correzione» vada assunto come sinonimo di educazione, con riferimento ai connotati intrinsecamente conformativi di ogni processo educativo. In ogni caso, non può ritenersi tale, l’uso della violenza finalizzato a scopi educativi e ciò sia per il primato che l’ordinamento attribuisce alla dignità della persona, anche del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice soggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti; sia perché non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, di tolleranza, di convivenza utilizzando un mezzo violento.

Secondo il prevalente e condivisibile orientamento della dottrina e della giurisprudenza dunque è l’abuso il momento essenziale e caratteristico del fatto di reato. Cosicché, si è precisato che «ai fini della distinzione tra il delitto di maltrattamenti (art. 572 c.p.) e quello di abuso di mezzi di correzione (art. 571 c.p.) non rileva la finalità avuta di mira dal reo, sicché non importa se questi abbia agito per scopi ritenuti educativi; quel che rileva è unicamente la natura oggettiva della condotta, sicché non è configurabile il meno grave reato di abuso dei mezzi di correzione quando i mezzi adoperati siano oggettivamente non compatibili con l’attività educativa, come nel caso di percosse e maltrattamenti fisici e psicologici» (Cass., 22.9.2005; Cass., 18.3.1996; Cass., 7.2.2005).
Non è mancata tuttavia, l’opinione di chi, al contrario, ha ritenuto che l’animus corrigendi debba essere inteso quale «filtro selettivo» delle condotte rilevanti ai sensi dell’art. 571 c.p., con la necessità di accertare di volta in volta «che il motivo determinante dell’agente sia quello disciplinare e correttivo».

A che, sul punto, mi sento di dire che questo orientamento mal si concilia con i principi espressi dalla Corte costituzionale e dalle fonti internazionali in tema di diritti inviolabili dell’uomo (il cui nucleo essenziale è rappresentato dal rispetto della dignità e dell’integrità della persona). Senza contare che le acquisizioni della moderna pedagogia escludono che le umiliazioni o sofferenze, fisiche o psicologiche, inflitte ad un soggetto minore possono sortire un qualche effetto positivo. E del resto il riconoscimento, sul piano sia nazionale che internazionale, del minore quale soggetto di diritti la cui personalità si sta ancora formando, impone un’effettiva tutela, difficilmente risulta compatibile con il riconoscimento di uno ius corrigendi dai contenuti afflittivi”.

*rubrica legale a cura dell’avvocata

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...