L’analisi. Chi ha vinto e chi ha perso: la svolta nella nomina dei capigruppo in Parlamento

L’analisi politica. Chi ha vinto e chi ha perso? La svolta per comprendere cosa accadrà arriverà con la nomina dei capigruppo in Parlamento.

di Pino Gadaleta

Chi ha vinto e chi ha perso. Non ha vinto nessuno, invece, hanno perso Berlusconi e Renzi che si sono visti vaporizzare ipotetici governi Gentiloni o Tajani in accordo con Merkel e compagni. Del resto era evidente a tutti che si prospettava un accordo stile Nazareno.

IL risultato dei 5s non ha nemmeno impressionato più di tanto né Marchionne, né il presidente Confindustria Boccia e tantomeno la diplomazia Usa. Ha agitato solo i sonni di Forza Italia e del Pd.

Il risultato elettorale apre una stagione d’instabilità politica per la mancanza di una maggioranza in grado di costituire un governo stabile e capace di gestire la complessità delle questioni sociali ed economiche del Paese.

I conti non tornano, infatti, al centrodestra mancano una sessantina di seggi e ai 5s un’ottantina per formare una maggioranza, comunque risicata debole.

L’ago della bilancia è rappresentato dal Pd che al suo interno ha molte contraddizioni. Vi sono stati errori clamorosi nella definizione delle candidature specialmente con i leader paracadutati come capilista garantiti e il loro conseguente disimpegno nei collegi uninominali.

Le candidature decise dal cerchio magico gigliato hanno consentito di eleggere una nutrita rappresentanza di deputati fedeli, per il momento a Renzi, e pronti ad allinearsi al loro capo più che alle direttive di un eventuale cambio di dirigenza e di linea del Pd. Al Nazareno si farà di tutto per tenere unito il Pd essendo sotto il ricatto della golden share parlamentare di fede renziana. Non sarà semplice, la temperatura è destinata a salire. Situazione speculare nel centrodestra dove il nuovo azionista di maggioranza è Salvini con il supporto della Meloni.

Renzi non ha rinunciato al suo programma neoliberista della Leopolda, prodromo per fondare un movimento “en retromarche” alla Macron, progetto che potrebbe essere procrastinato se il Pd affidasse alla new entry Calenda il tentativo di costituire un governance Pd a trazione filo europeista e neo liberista.

Tutto sarà più chiaro entro la fine del mese di marzo con l’elezione dei capigruppo e dei presidenti delle assemblee di Camera e Senato e dalla volontà dei neo eletti di non tornare presto al giudizio degli elettori.

Superando la copertina e lo stucchevole dibattito che anima in queste ore le forze politiche, il risultato elettorale ha sancito il successo delle forze euroscettiche.

Il 55% degli italiani ha urlato alla Ue la sua insofferenza per le imposizioni dei partner europei in tema di economia e ridimensionamento del Welfare. La crisi economica che morde dal 2008, dopo dieci anni, è divenuta insopportabile.

La narrazione di Renzi sulle cose fatte dai governi Pd è stata percepita come falsa e per questo duramente punita dagli elettori, nonostante gli sbandierati successi per il Pil (1,5 in crescita) e il tentativo, risibile, di “comprarsi” voti con il rinnovo all’ultimo minuto dei contratti di lavoro nel pubblico impiego.

La verità sulla crescita del Pil italiano: è l’ultimo tra i Paesi europei, molto lontano dalla media Ue che è 2,4%. Aggravato da un tasso di disoccupazione italiano dell’11,1 contro la media Ue che è di 7,4%. Il tasso  di disoccupazione italiano è il più alto in Europa dopo quello della Spagna che però, è compensato da una crescita del Pil al 3,1%.

Le statistiche sbandierate come un successo grazie ad un’accondiscendente comunicazione dei media hanno passato sottosilenzio la vera statistica che permette di comprendere lo stato di salute di un Paese, cioè quella che si riferisce al tasso demografico.

L’Italia invecchia ed è in declino, la mortalità aumenta perché gli anziani hanno meno risorse per curarsi e i giovani non formano famiglie perché alle prese con il precariato e la disoccupazione. Dobbiamo invece tenerci l’ironia sui social sul reddito di cittadinanza e non la gravità di un tasso di disoccupazione giovanile che al Sud sfiora il 40%, un dato comunque lontano dalla verità.

È urgente realizzare una politica per la ripresa del tasso di natalità e quindi favorire le famiglie senza togliere risorse ai pensionati; è tempo di investire sui giovani perché su di loro regge il sistema a favore dello sviluppo economico, culturale, sociale del Paese e degli anziani. Invece continua il teatrino di registi che non vogliono rinunciare al loro protagonismo nonostante che siano sconfitti e obsoleti.

Ora siamo ancora al primo tempo, ma i nodi presto verranno al pettine, iniziando dalla Finanziaria, e Mattarella dovrà armarsi di molta pazienza, come è successo in altre parti di Europa, il Belgio ha atteso 535 giorni per formare un governo. Ma gli italiani sono più pirotecnici e creativi. Incrociamo le dita.

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