Elezioni politiche 4 marzo, metti un giorno Giorgia Meloni premier

Berlusconi-Meloni-Salvini. Il triangolo magico del centrodestra italiano risorge con un patto sottoscritto ieri a Palazzo Grazioli a Roma.

di Marilena Rodi

“Ho appena firmato insieme a Matteo Salvini e Giorgia Meloni a Palazzo Grazioli il programma elettorale del centrodestra. Uniti si vince!”. Questo l’annuncio di Silvio Berlusconi apparso sulle pagine dei social ieri sera, alle 22 circa.

Occhi attenti rifletterebbero accuratamente su quel che sta accadendo nel centrodestra. Non è lo stesso centrodestra di un tempo. E non potrebbe nemmeno tornare a essere il centrodestra di un tempo. Berlusconi c’ha un’età. Questo è il dato inequivocabile. Partiamo da qui. Il patron di Mondadori – la più grossa azienda editoriale d’Italia – punta su se stesso per la campagna elettorale, ma sa bene che deve giocarsi il jolly nascosto nella manica qualsiasicosaaccada. Ma il jolly qual è?

Momento. Prima di provare a svelare l’asso nella manica, proviamo a indagare questa campagna elettorale, dal sapore amaro (amarissimo) per il Pd e dolce per Berlusconi. Ma dolce è solo un’etichetta sulla facciata. Sull’etichetta del barattolo c’è scritto dolce, ma la marmellata, dentro, è piccante e rischia di essere indigeribile. E vediamo perché.

Berlusconi ha anticipato la campagna elettorale rispetto agli avversari, come sempre. Partito con idee chiare e messaggio chiaro: senza di me non si va da nessuna parte, sono io lo statista capace di mediare le posizioni dei moderati. Al suo fianco, da un lato Giorgia Meloni, dall’altro Matteo Salvini. Di fronte Grillo. Alle spalle Renzi. Ecco, questo è il problema. Renzi alle spalle significa Grillo di fronte con le stesse (forse maggiori?) opportunità di conquistare il consenso elettorale. E questo è un problema. Quello che 10 anni fa partì come il ‘Vaffaday’ – e che è stato sostenuto dal vento mediatico – oggi è una realtà che appoggia le sue basi sullo scontento popolare.

Scontento popolare, tradotto in linguaggio politico, significa moralizzazione dell’individuo per mezzo della folla. Non una regola costante ma frequente in un momento di crisi (le folle, infatti, sono troppo impulsive e mutevoli per essere suscettibili di moralità). Quella crisi occidentale innescata dal fallimento di Lehman brothers nel 2008 e di cui raccogliamo ancora cocci.

Il problema è la cultura. Ma il discorso è lungo e non possiamo scrivere un saggio in questa sede. Magari verrà il tempo di approfondire. L’intento di chi scrive è solo quello di stimolare la riflessione.

Perché la cultura. Perché l’Italia è un paese vecchio e che non legge più. I dati Istat riferiti al 2016 (riportati in tabella) farebbero accapponare la pelle se solo si sapessero leggere e interpretare. Un paese che invecchia è un paese con un cervello che non studia più, che non ricerca più, che non si innova più. Che non ha più visione. E l’immigrazione, al momento ferma, non introduce elementi di discontinuità. In una parola rischiamo il provincialismo spinto. Altro che made in Italy..

In tutto ciò – e torniamo alla campagna elettorale – Renzi ha messo una toppa con il bonus cultura (una specie di contentino); Berlusconi il problema non se lo pone (ricordiamo come lo abbiamo presentato qui: come il proprietario della Mondadori, principale editore di libri d’Italia); Grillo dovrebbe istruire prima di tutto i suoi parlamentari. In questo scenario – in cui la cultura è un optional e la vecchiaia incalza – quali menti abbiamo a disposizione?

Con il Pd in caduta libera (un guaio per Berlusconi che vorrebbe immaginare un governo di larghe intese), il Movimento 5 stelle che raccoglie la pancia del paese e la sua vecchiaia (Berlusconi) chi resta?

Passo indietro. Berlusconi pensa anche all’economia del paese (ovvio, deve pensare anche alle sue aziende) e a come rilanciare l’Italia nel mondo (paese vecchio e senza idee). Fa così, per ora. Cede le sue aziende ai cinesi (spacchetta l’impero tra i figli ma le azioni volano all’estero) e si orienta sull’esternalizzazione. Arte nobile della tutela del patrimonio..

Poi pensa all’Italia. E se lui è vecchio e inagibile per il governo, chi mai potrebbe esserlo al suo posto se non un giovane da seguire, curare, suggerire, incalzare? Elementare Watson, un alleato. Non certo Salvini però. In casa della Lega – come in quella del Pd e del M5s – si vivono le notti dei lunghi coltelli. Meglio una giovane donna. Oplà. Giorgia Meloni, già ministra del suo governo. Piace ai romani, piace all’Italia che lavora e piace ai giovani. E piace agli anziani (guardate le statistiche dei lavoratori in Italia, il dato interessante è che chi lavora e chi è in pensione fanno la maggioranza del paese). Poi “che figata un premier donna alla tedesca”.. tutta da immaginare.

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