Casamassima, acqua contaminata. “Dopo il consiglio cittadini più incerti”

di Gianluca Zaccheo

Duro attacco di LiberaCasamassima, il movimento politico rappresentato in consiglio comunale da Giuseppe Nitti, al sindaco Vito Cessa, e al presidente del consiglio, Nica Ferri. Una ‘tirata di orecchie’, quella di LiberaCasamassima, giustificata da quello che – a dire di questa espressione politica – è stato l’atteggiamento inadeguato mostrato dal primo cittadino e da Ferri nel corso dell’ultima pubblica assise cittadina, in cui si è discusso dell’emergenza acqua.

“Lo dichiariamo apertamente – scrive a riguardo LiberaCasamassima sulla sua pagina facebook ufficiale -: al di là del pur apprezzato intervento del nostro consigliere Giuseppe Nitti, che con pieno merito va ritagliandosi sempre di più un ruolo di assoluta autorevolezza, quella che si è celebrata venerdì 13 maggio, in pubblica piazza – e che ha visto la partecipazione tecnica di Acquedotto Pugliese, Arpa e Asl – è stata una seduta deludente. Un consiglio convocato in piazza proprio per dare risposte dirette e certe a una cittadinanza confusa e provata da una settimana di emergenza idrico-sanitaria, per via dell’acqua contamina, e che se ne torna a casa con più incertezze di quante ne avesse prima. Non sono mancati, sui social network, commenti sconfortati di chi è arrivato in piazza sapendo di non dover utilizzare l’acqua solo per bere e lavarsi i denti, e se ne è tornato a casa persino con il dubbio di poter fare o meno anche una doccia. Questo è il risultato paradossale di un consiglio comunale giocato sulla difensiva, quasi reticente, da parte di chi aveva il dovere di rassicurare, e invece ha seminato altre incertezze, fino ad apparire persino in palese difficoltà di fronte a dati che mostrava di conoscere, e che smentivano le facili rassicurazioni di maniera. Ma andiamo con ordine. I profili che emergono da questa vicenda – prosegue LiberaCasamassima – sono due: la prevenzione e la gestione dell’emergenza. Cominciamo dalla seconda: Acquedotto Pugliese, ma anche Arpa e Asl, avevano l’obbligo, a più di una settimana dallo scoppio della crisi e quindi con sufficienti elementi ormai raccolti, di definire con chiarezza la situazione, e offrire ai cittadini una precisa exit strategy da questa emergenza. Questo era il risultato atteso da quella riunione. Bisognava definire punto per punto una profilassi concreta e uniforme di azioni e prescrizioni che Acquedotto pugliese, Asl, Comune e cittadini dovevano mettere in campo a partire da quel momento, per la più sicura e rapida definizione dell’emergenza. Come si suol dire, bisognava stabilire ‘chi doveva fare cosa’. Non ci potevano essere più né se né ma, né tantomeno ulteriori tentennamenti e incertezze o improvvisazioni. E invece non vi è stato niente di tutto ciò. La risposta di fondo che abbiamo colto è sembrata improntata al motto ‘prima o poi passerà’: fate scorrere l’acqua, prima o poi diventerà buona. Quasi fossimo in un’epidemia medievale. Non è cosi che funziona, cari enti intervenuti. Esistono, in questi casi, (che non dovrebbero capitare), protocolli precisi da osservare da parte dei vari attori: Acquedotto pugliese, Asl, Comune, utenti. E il sindaco? Il sindaco ha fatto il suo intervento riepilogativo di fatti accaduti più o meno noti, ha raccontato le vicende di questi giorni, ci ha riferito di aver interessato la Procura (bene), ha promesso non si sa a quale titolo una fantomatica azione risarcitoria (vergognoso parlarne con l’emergenza in corso), con tanto di avvocato di fiducia già individuato (manco a dirlo), ma non lo abbiamo sentito sbattere scarpa e pugni sul tavolo per inchiodare Acquedotto pugliese, Arpa e Asl ai loro doveri e alle loro responsabilità. Ha avuto, al contrario, un atteggiamento a tratti remissivo, fino quasi a ringraziare il responsabile oggettivo del disagio per il contributo offerto, accettando di intervenire. Paradossale e sconcertante. E il presidente del consiglio? Assolutamente super partes, quasi si discutesse di una questione politica di parte. Dare e togliere la parola – aggiunge ancora il movimento rappresentato in aula consiliare da Giuseppe Nitti – senza nessun contributo personale, non una domanda ai tecnici intervenuti. Ha dimenticato di essere consigliere comunale? Passi. Ha dimenticato di essere cittadino? Forse. Ha dimenticato anche di essere medico e di aver toccato con mano gli effetti sui suoi piccoli pazienti di questa acqua contaminata? Non poteva e non doveva. Ventimila persone messe in ginocchio, esercizi commerciali allo sbando, qualche cittadino in ospedale e il sindaco che fa? Ringrazia gli intervenuti, quasi si fosse a un convegno di studio. Tutto questo ci sembra deplorevole.

Passiamo adesso alla prevenzione. Questa vicenda ha dimostrato che il piano di prevenzione di Acquedotto pugliese funziona grossomodo così: la condotta idrica dell’acqua potabile si rompe, agenti patogeni si infiltrano e inquinano l’acqua, questa defluisce normalmente nella rete idrica dell’abitato fino ai rubinetti, qualche utente sente qualcosa di strano, qualcuno si sente male, la voce si sparge e giunge ad Acquedotto pugliese che, quando sono trascorsi diversi giorni, dà l’allarme e rincorre l’emergenza. E’ cosi che deve funzionare? Evidentemente no. E’ mai possibile che la più piccola azienda italiana ed europea che ha a che fare con la salute e la sicurezza dei cittadini (negozi alimentari, bar, ristoranti, panetterie, mense) è obbligata, sotto minaccia di sanzione penale, a dotarsi di sistemi di prevenzione e autocontrollo, mentre la più grande azienda idrica d’Europa no? Non è possibile. I sistemi di prevenzione e autocontrollo – conclude LiberaCasamassima – non servono per impedire incidenti: servono a impedire che, una volta verificatosi l’incidente, questo si propaghi a valle, che giunga all’utente finale. Ogni azienda di questo genere ha l’obbligo di stabilire per iscritto quali sono i suoi punti critici, di mappare i pericoli che da essi possono scaturire, e di codificare le azioni piu idonee per isolare immediatamente la criticità dal sistema.
Non solo in tema di salute per i consumatori esistono questi obblighi. Immaginiamo i piani di prevenzione per la sicurezza sui luoghi di lavoro, i piani antincendio, i piani anticorruzione di cui le aziende si devono dotare per non incorrere in responsabilità diretta e oggettiva. Tutto il mondo lavora così. E invece Acquesdotto pugliese cosa prevede? Che prima l’acqua si contamini, e poi si corra ai ripari? In realtà quello che è accaduto dimostra che o Acquedotto pugliese ha (perché le ha, come dimostrano le certificazioni di qualità che esibisce sul suo sito ufficiale), procedure inadeguate, oppure – come è più probabile – qualcuno non le ha applicate. Il gigante si è addormentato come Polifemo. Un sindaco è tenuto a sapere tutto ciò? Sì. Un medico? Pure.
Un presidente del consiglio è tenuto a sapere tutto ciò? Forse No. Un medico? Certamente sì.
Siamo convinti che la magistratura interessata, se riterrà di intervenire, comincerà col chiedere ad Acquedotto pugliese i propri piani di prevenzione ordinaria. Perché non è piombato dall’alto un meteorite impazzito: si è solo rotto un tubo, il più banale e prevedibile degli incidenti per chi gestisce condotte, che andava neutralizzato con un’immediata ed efficace azione risolutiva. Non occorre essere medici, ne geni per capire queste cose. Ma non a Casamassima, evidentemente.
Ancora una volta, dispiace dirlo, emerge un’evidente e palpabile inadeguatezza di Vito Cessa nel ruolo di sindaco, ed emerge proprio in una circostanza in cui avrebbe potuto e dovuto dare il meglio di sé a difesa dei i cittadini. Avrebbe dovuto, come lui dice, fare la differenza. Se non ora, quando? È stato invece passivo, incerto e confuso: ha subito gli eventi, ha subito senza contrastarle le azioni contraddittorie che venivano generate e diffuse da altri, ha obbedito anche quando c’era da dire no”.

[pubblicato su il foglio di Maxima del 20 maggio 2016]

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