Casamassima, Pozzo Vitariello: assolto l’ex ingegnere comunale

Sandro L'ABBATE
Sandro L’Abbate, ex ingegnere comunale

di Marilena Rodi

Assolto perché il fatto non sussiste. Questa la pronuncia della corte del 10 marzo scorso su Sandro L’Abbate, ex ingegnere comunale del Comune di Casamassima, in servizio presso l’ente fino al 2012, coinvolto in un procedimento penale partito nel 2007. I capi di imputazione risultanti dal dispositivo sarebbero 3: abuso d’ufficio, lottizzazione abusiva e falso materiale e ideologico. “Per i primi due capi – ha spiegato Antonio Deramo, avvocato che rappresentava la parte civile dalla cui denuncia è partito il procedimento penale – viene dichiarata la prescrizione; per il terzo capo l’assoluzione è ai sensi dell’art. 530 comma 2 del codice di procedura penale, che prevede l’assoluzione per prova contraddittoria o insufficiente”. Il procedimento riguardava (precisiamo per brevità) la lottizzazione nota come ‘Pozzo Vitariello’ su via Conversano a Casamassima, della quale, da altre colonne, abbiamo ampiamente riportato fatti e circostanze. Ma riavvolgiamo il nastro e per onore di cronaca ripercorriamo la storia di questi 9 anni.

Nel dicembre 2005 l’ufficio tecnico comunale concedeva permesso di costruire alla società Tre emme costruzioni, permesso che 2 anni dopo circa, nel gennaio 2007, produceva i suoi frutti: un fabbricato a uso abitativo-commerciale collocato dove storicamente – secondo quanto proposto dalla tesi accusatoria – sorgeva lo storico macello comunale. Il 15 febbraio 2007 arriva il ricorso al Tar che impugna il permesso di costruire succitato. Cinque anni dopo, il 25 maggio 2012, il Tar accoglie il ricorso e annulla il titolo edilizio emesso dal Comune. Ora, per chi non ricordasse cosa è accaduto nell’intervallo dei 5 anni, riepiloghiamo brevemente. Nel 2011 a carico di L’Abbate il Gip (il giudice per le indagini preliminari) dispone una misura cautelare di sospensione dell’esercizio del pubblico ufficio di capo dell’ufficio tecnico, confermata dal Tribunale del riesame. Nel febbraio 2012 il Gup (il giudice per le udienza preliminari) dispone il giudizio penale configurando i reati di abuso di ufficio, falso materiale e ideologico e lottizzazione abusiva. A seguito di quanto accaduto il Comune di Casamassima, nel 2012, dispone la sospensione cautelare di L’Abbate dal servizio per 5 anni.

Dal 2012 (inizio del giudizio) arriviamo al 2016 e due dei capi d’imputazione si prescrivono, per l’altro il giudizio è di assoluzione “perché il fatto non sussiste”, come detto. Cosa sia accaduto nei 4 anni intercorsi, tuttavia, non è dato sapere. In tutto ciò, però, stride la posizione del Comune: nel procedimento penale è parte civile, in quello amministrativo – nonostante la pronuncia del Tar che ammette l’illegittimità del fabbricato (che non avrebbe acquisito l’agibilità) – “non solo approva che il fabbricato sia occupato”, ma – citando gli atti processuali – “arriva a chiedere tutela cautelare per chi lo abita indebitamente”. C’è da dire, inoltre, che il Comune a inizio gennaio 2013 ha interposto appello chiedendo la sospensione dell’efficacia della sentenza del Tar.

Come andrà a finire? Sarà il Consiglio di stato a decidere.

Il Comune si costituisce parte civile

“La costituzione di parte civile da parte del Comune di Casamassima – citando ancora gli atti – in un procedimento penale che vede tra i reati contestati la lottizzazione abusiva, presuppone il fermo convincimento in capo all’ente dell’illegittimità di quel titolo edilizio, tanto da chiedersi la punizione degli imputati che con le loro attività hanno contribuito a rendere possibile il rilascio dello stesso”. Citiamo questo passaggio per mera cronaca visto che successivamente, sempre negli atti, viene sottolineato che “una simile determinazione è affatto incompatibile con la volontà di proporre appello avverso la sentenza del Tar che ha annullato quel permesso di costruire proprio per le ragioni che hanno indotto il Pm, prima, e il Gup, poi, a configurare il reato di lottizzazione abusiva”. “Non è possibile – continua – che il medesimo soggetto, specie ove trattasi di ente pubblico, in un procedimento giudiziario sostenga la legittimità di un titolo edilizio e in un altro l’illegittimità e addirittura l’illiceità dello stesso”. Il sindaco di allora che sottoscrisse la costituzione di parte civile era Mimmo Birardi, e in quell’atto si legge che “tale costituzione è giustificata dai gravi danni morali e materiali che il sindaco pro tempore e l’intero consiglio comunale di Casamassima, hanno subito a seguito della condotta serbata da tutti gli imputati. Essi, contribuendo ciascuno nel proprio ambito alla realizzazione di una lottizzazione abusiva, violavano i principi del controllo dell’attività edificatoria e dell’ordinato sviluppo urbanistico del territorio che deve realizzarsi concretamente in aderenza all’assetto risultante dagli strumenti urbanistici”.

L’ex macello comunale

progetto macelloAl centro della questione, dunque, il fabbricato di via Conversano. Là dove sorgeva – secondo le ricostruzioni storiche degli atti proposti in giudizio e stando a quanto riportato nel libro ‘La storia di Casamassima’ di Mino Laricchia – il macello comunale dal 1882. L’immobile destinato a macello, quindi, demolito per realizzare l’edificio autorizzato con un permesso di costruire ritenuto illegittimo, ricadrebbe nella zona di espansione C stabilita da Prg del 2001. Indice di fabbricabilità pari a 0,90 metri cubi per metro quadro. Tuttavia, le aree su cui insistono edifici risalenti a prima del 23 dicembre 1969 sarebbero sottoposte a disciplina zona B, e cioè di completamento. Dettaglio non trascurabile, se si considera che l’edificio è sorto con indice di fabbricabilità di 5 metri cubi per metro quadro (come peraltro previsto per le zone B), ma su un luogo non destinato a residenziale, visto che il macello non coinciderebbe esattamente con una residenza (lo stralcio catastale del 1987 confermerebbe che si tratterebbe di macello). Anche le indagini approfondite degli organi militari preposti (oltre che i documenti storici ufficiali del 1872, del 1880, del 1883 e dai progetti architettonici) avrebbero portato alla medesima conclusione.

Tra i documenti prodotti in giudizio, la relazione del Ctu del 2011 riporterebbe che “si ritiene che l’opera sia illegittima”. “L’edificio esistente aveva destinazione industriale, catastalmente identificato con categoria D8”. Mentre l’atto di compravendita risalente al 2005 riporta quale oggetto della medesima compravendita un “fabbricato già destinato a mattatoio comunale”.

Nella tesi addotta dal Comune in sede amministrativa, infine, la costruzione sarebbe nata come fabbricato rurale e non come macello (secondo l’ente, cioè, le mura dell’edificio avrebbero fatto pensare a un sito residenziale, nonostante a imprimere la fattispecie di immobile sia la destinazione d’uso e non le caratteristiche costruttive). Ma questo, forse, potrebbe spiegare il motivo per cui si sarebbe giunti all’assoluzione, “prova contraddittoria o insufficiente”.

[pubblicato su il foglio di Maxima del 18 marzo 2016]

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