Il Comune ha l’obbligo di abbattere l’abuso

di Giovanni Colucci*

‘Quanti burocrati occorrono per cambiare una lampadina? Dunque, vediamo. Uno per individuare la lampadina bruciata, uno per autorizzarne la requisizione, dodici per archiviare la requisizione, uno per consegnare l’ordine di requisizione all’ufficio di acquisto, uno per eseguire l’ordinazione, uno per ricevere la lampadina …’ (Cit.). Un flagello, quello dell’abusivismo edilizio, che secondo il Cresme (Centro ricerche economiche sociologiche e di mercato nell’edilizia), tra manufatti ex novo e ampliamenti significativi, fabbrica più di circa ventimila casamenti ogni anno. Questo è il nostro bel paese, ‘costruito’ sul mattone selvaggio. Tant’e vero che un immobile illecito può costare finanche la metà di un manufatto legittimo, giustappunto perché il carosello ha costi ridotti come ad esempio la manovalanza remunerata ‘in nero’, i materiali comperati ‘in nero’ e gli oneri della sicurezza di cantiere pari a zero. Accadimenti, quest’ultimi, che saccheggiano le località più amene del nostro paese lasciando frammentarie le costruzioni allo stato di paurosi scheletri in cemento armato o, ancor più grave, manufatti che sorgono in mezzo agli alvei di fiumi od in bacini ad elevato rischio idrogeologico. Non mancano i quesiti che, giornalmente, giungono alla redazione di quanti seguono con entusiasmo la nostra rubrica. Di buon grado, rispondo ad un nostro lettore: ‘Il mio vicino di casa ha costruito uno stabile di due piani interamente abusivo e il Comune, dopo avergli intimato l’abbattimento, di fatto non svolge alcun controllo tangibile per verificare l’assolvimento della censura. Come posso intervenire?’. Veniamo subito al punto. Sebbene, a differenza dell’illecito di abusivismo edilizio, l’ordinanza di abbattimento non si estingue mai, i dirimpettai di casa, in taluni casi, saranno obbligati a campare con una costruzione illegale che potrebbe disastrare il loro immobile e/o ledere alcuni dei loro diritti: di panoramica, eccetera. Un’impasse non di poco conto, considerato che il vicino non ha nessun titolo per far buttare giù, in luogo del proprietario del manufatto, la costruzione abusiva. Ergo, se la sovranità locale resta inoperosa, la circostanza è passibile di restare inalterata per un sacco di tempo. L’accomodamento a questo annoso problema ci giunge da un’attuale sentenza del Tar Lazio (Roma, sezione I quater, sentenza 12 novembre 2015 n. 12853). Ebbene, il privato cittadino danneggiato dal fabbricato illecito di un’altra persona, peraltro implicato da un’ordinanza di demolizione, ha il santissimo diritto di diffidare la Pubblica Amministrazione a completare l’iter per giungere al tangibile abbattimento della costruzione abusiva. Parimenti, la Pubblica amministrazione non può soprassedere l’istanza del dirimpettaio di casa, danneggiato dall’opera illegittima, dovendo per lo meno rispondere per iscritto alla summenzionata istanza in relazione al non ancor adempiuto abbattimento. Inoltre, il proprietario confinante con l’immobile, nel quale si assuma essere stato realizzato un abuso edilizio, è comunque sempre titolare di un interesse qualificato al ‘mantenimento delle caratteristiche urbanistiche della zona’ e ha quindi diritto di essere messo al corrente circa le motivazioni del mancato abbattimento del manufatto da parte delle autorità competenti. Sicché, la Pubblica amministrazione ha dunque il dovere di disporre con intenzione all’abbattimento del manufatto illegittimo, in rispetto del principio costituzionale di buona amministrazione e correttezza. In sintesi, i giudici amministrativi di primo grado concludono dicendo che se una costruzione abusiva non viene abbattuta, il vicino di casa, ‘sulla cui sfera giuridica incide il mancato esercizio dei poteri ripristinatori e repressivi’ dell’ente pubblico, ben può pretendere un provvedimento che spieghi le ragioni di tale mancato esercizio.

*consulente tecnico forense

[pubblicato su il foglio di Maxima del 19 febbraio 2016]

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