E se la giustizia fallisce il colpevole resta tra noi

di Marcella Zaccheo

Il 5 ottobre del 1974 due bombe, lanciate dalla mano dell’Ira, colpirono intorno alle 20.30 un pub di Guildford uccidendo cinque persone e ferendone sessantacinque; alimentando panico e desiderio di giustizia nella popolazione inglese. Un caso che sollevò non poche polemiche sull’inefficienza della polizia e sull’inefficacia delle sue misure antiterrorismo.

Gerry Conlon e Paul Hill, che in una casa della zona avevano commesso un piccolo furto nel momento dell’attentato, furono prelevati il mattino seguente dalle loro abitazioni e condotti in caserma, dove dopo ore di interrogatorio e di pressioni psicologiche, firmarono una dichiarazione di colpevolezza, inconsapevoli di ciò che per loro avrebbe significato.

Ne conseguirono il coinvolgimento di altri due amici, del padre di Conlon, Giuseppe, accorso a Londra per organizzare la difesa del ragazzo, e di una zia, sui cui guanti di gomma furono rinvenute tracce di nitroglicerina, successivamente risultate falsificate dalla scientifica.

Gerry fu condannato a 30 anni di reclusione in un carcere di massima sicurezza, assieme a suo padre che lì trovò la morte sei anni dopo. Per quindici anni il giovane irlandese gridò, inascoltato, la propria innocenza fino all’interessamento dell’agguerrita avvocatessa Gareth Peirce che si era inizialmente occupata di Giuseppe.

Grazie al suo intervento la verità sulla sua innocenza fu definitivamente chiarita con una sentenza della corte d’appello emessa nel 1989 e, nel 2005, con le pubbliche scuse di Tony Blair: “Ritengo (…) motivo del più profondo rammarico il fatto che qualcuno subisca una punizione a causa di un errore giudiziario”.

Gerry Conlon morì di cancro il 21 giugno del 2014. Gli anni dopo l’assoluzione furono caratterizzati da problemi psichici e tentativi di suicidio dovuti alla difficoltà di riprendere una vita sociale degna. Una vita brutalmente compromessa dalla sfortuna di essere capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Il 14 settembre del 2000 tre infusioni in sequenza di pentothal, curaro e cloruro di potassio misero la parola fine a un caso giudiziario controverso che vedeva condannato al braccio della morte l’italoamericano Derek Rocco Barnabei, coinvolto suo malgrado nell’omicidio della giovane Sarah Wisnosky, con la quale aveva intrattenuto una fugace relazione sentimentale. Tracce del suo sperma erano state rinvenute sul cadavere assieme ad altre tracce biologiche ritenute marginali e irrilevanti dagli inquirenti e quindi mai sottoposte ad esame.

Barnabei subì un lungo processo, gratuitamente assistito dal noto penalista Alan Dershowitz che credette alla sua innocenza e che sostenne l’alibi che lo vedeva lontano dal luogo del reato nel momento in cui si esso si consumava. La mancanza di un movente, di un’arma del delitto, il ricorso a manomissione delle prove a discolpa dell’imputato (a più riprese fu richiesto un esame del dna mai pervenuto), l’estorsione di testimonianze, l’assistenza di uno dei migliori avvocati degli Stati Uniti, le pressioni dei politici italiani e l’intervento di Giovanni Paolo II non furono sufficienti a salvare Barnabei dall’iniezione letale che fermò il suo cuore dopo sette anni di attesa nel braccio della morte. La giustizia americana aveva fatto le sue valutazioni e aveva deciso per la sua colpevolezza e per la successiva condanna senza appello.

Tutta la comunità può dormire sonni tranquilli se il mostro è lontano da casa, lontano dai nostri cari, dietro le sbarre di una trappola che si è cercato. Perché, se si condanna qualcuno alla pena di morte, la certezza della sua colpevolezza deve essere assoluta. Inutile appellarsi alle leggi morali che riempiono di slogan le bocche dei milioni di dimostranti contrari alla pena capitale, anche ove fosse acclarato il reato. Perché quelle stesse bocche non si sottraggono alla schizofrenia di trovare un colpevole dove non c’è, di non credere con la stessa forza e convinzione a quella macchina che eleggendosi a divina giustizia emette condanne a morte, quando oltre ogni ragionevole dubbio dichiara l’imputato innocente per non aver commesso il fatto.

I due casi citati, come molti altri, non hanno mai visto un processo ai reali colpevoli, che hanno continuato a vivere tra noi, liberi e ricambiati della nostra affabile gentilezza da coscienze tranquille. Abbiamo avuto i nostri criminali, li abbiamo guardati negli occhi, ci siamo arrogati il diritto di entrare nelle loro case, nelle famiglie, nei loro letti, e siamo andati a dormire sotto le calde coperte della nostra ordinata esistenza. Con le nostre verità impacchettate sotto il letto, ci siamo liberati del mostro che non vogliamo guardare, anche se colpevole di innocenza. Ma così va il mondo. Mors tua vita mea.

[pubblicato su il foglio di Maxima del 4 dicembre 2015]

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