Tutto sommato: chi se ne frega!? Che si chiami marketing territoriale o marchetta mediatica #iopago

di Marilena Rodi

Ante scriptum. Ai deboli di cuore e di pensiero suggerirei di evitare la lettura di questo scritto, perché le code di paglia si sono bruciate tutte. Scrivo solo per amicizia nei confronti di un consigliere comunale col quale il rapporto di civile confronto ci ha permesso di mantenere l’amicizia nonostante i dubbi sul futuro politico del suo partito. Ma il navigar a vista m’è dolce in questo mare magnum di clientele e marchette. Una campagna elettorale s’ha da riscattare e a ciascuno il suo. Per (un) esempio dalle pagine di un quotidiano si apprenderebbe la vicinanza di una società di consulenza al neo assessore regionale alla Cultura (e quindi?, dirà qualcuno). La notizia starebbe nel fatto che questa società avrebbe percepito 39mila euro (importo gestibile con affidamento diretto) per organizzare nientemeno che gli Stati generali della cultura: fatto questo, deciso ad agosto, probabilmente. Ma l’approfondimento della notizia sarebbe che il titolare della società non solo sarebbe amico dell’assessore, ma sarebbe stato direttamente coinvolto nella sua campagna elettorale, come cointestatario di un conto corrente per la raccolta di contributi alla suddetta campagna elettorale”. Fin qui la cronaca dei quotidiani cui è seguita la replica politica degli oppositori. Noi, a questo punto, visto che si parla di Cultura, proviamo a immaginare un risveglio culturale. Keep calm and drink a coffee, Stai calmo e prendi un caffè. Ci sarà da fare nottate.

Intanto, a proposito del consigliere comunale succitato, durante l’ultimo consiglio comunale locale, ho sentito cose che voi umani fareste fatica. Credo d’aver capito che il consigliere abbia scambiato il marketing territoriale con la pubblicità. “Ci vuole più promozione territoriale, non più negozi”, era il ragionamento. Forse.

Allora, o capiamo cosa sia il marketing territoriale e le marchette, oppure proviamo a descrivere il prodotto e le strategie di mercato. Delle due tutte e due. Lo studio del marketing è lo studio del prodotto. Esempio: sono una azienda che produce abbigliamento e devo allargare il mio mercato. Cosa faccio? Una bella ricerca per capire se al mio nuovo pubblico possa piacere un pantalone-palazzo oppure un pantalone a zampa d’elefante (fermo restando la possibilità che l’azienda ha di dettare legge in termini di tendenza). Dunque attraverso la ricerca individuo il mio pubblico di riferimento: scelgo di puntare sulla donna che deve un po’ nascondere i fianchi, che magari non è giovanissima e che utilizzerebbe il pantalone anche as usual, cioè tutti i giorni, e quindi punto sulla produzione del palazzo. Ho scelto il mio prodotto, adesso devo comunicarlo. E cosa farò? La pubblicità (per semplificazione mi fermo al visual) vedrà una donna in città, mentre sale su un bus col cellulare all’orecchio, con una borsa da lavoro, un giacchino di pelle e un tacco medio. Se mi ci scappa un cappellino la rendo fashion di giorno. Cosa ho fatto? Ho contestualizzato il prodotto (il pantalone) nel territorio (città) in un preciso momento della giornata (il lavoro) per la mia futura donna-cliente. Il cappellino è la ciliegina sulla torta, visto che non si indossa solo di giorno.

Così per il marketing territoriale. Casamassima non ha ancora una sagra di un prodotto tipico locale. Ci sta provando l’assessorato alle Attività produttive a tirar fuori dalla carne un prodotto su cui puntare, ma la strada è lunga. Intanto suggerirei agli organizzatori del corteo storico Corrado IV di Svevia di provare la via del crowdfunding. L’evento meriterebbe una risonanza diversa (vedi Gravina), ma nonostante il servizio di Telenorba il pubblico coinvolto non è proprio stato quello delle grandi occasioni. Ci vogliono fondi, ma diversamente pubblici.

[pubblicato su il foglio di Maxima del 9 ottobre 2015]

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