Al Petruzzelli il discusso spettacolo di Castellucci: il volto del figlio di Dio tra le polemiche

castellucci

di Maria Caravella

Un sottofondo fatto di rumori inquietanti, quello che precede l’inizio dello spettacolo “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”, musica di Scott Gibbons collaborazione all’allestimento Giacomo Strada, con Gianni Plazzi, Sergio Scarlatella insieme a Dario Boldrini, Vito Matera e Silvano Voltolina, ideazione e regia di Romeo Castellucci; finalmente giunto al Petruzzelli di Bari dopo innumerevoli polemiche.

Sul lato destro un letto a due piazze e un comodino. Al centro un tavolo con due sedie, sul lato sinistro un divano e di fronte un televisore. Una stampella a tre piedi al centro della stanza e sullo sfondo il volto di Cristo di Antonello da Messina. Questo Cristo che ci guarda dritto negli occhi, nella sua imponenza e con il suo sguardo inafferrabile, a cui non si può sfuggire.

Sul concetto di volto nel figlio di Dio è sicuramente uno degli spettacoli più discussi di Romeo Castellucci, artista di rilievo del teatro italiano e internazionale. A Parigi, lo scorso ottobre, il teatro in cui è stato ospitato questo spettacolo è stato preso d’assalto da un gruppo d’integralisti cattolici che ha cercato di interromperne la messa in scena. La stessa situazione si è verificata a Milano al pre-debutto nel Teatro Franco Parenti. Anche all’esterno del Teatro Petruzzelli c’è stato un po’ di rumors a riguardo, ma nessuna manifestazione di fanatismo esagerato.

Qui il ritratto del Figlio di Dio diviene il ritratto dell’uomo, di ogni uomo, anzi dello spettatore comune, che è chiamato alla stessa esperienza dei protagonisti. E così, nello spettacolo, lo sguardo di Cristo diventa una varietà di luce che illumina una concatenazione di azioni umane, che possono essere buone o cattive, disgustose o irreprensibili.

La sofferenza molto spesso avvilisce e scoraggia. Nei momenti difficili ci si domanda: “Perché tutto questo è capitato proprio a me”? Ci si domanda anche perché, se Dio esiste permette tutto questo.
La conclusione vede un padre singhiozzante, molto sofferente, che si vergogna per la sua esasperata ed istintiva produzione di escrementi e un figlio stremato che sembra cercare conforto appoggiandosi immobile all’immagine statica e rassicurante del Padre celeste, palesandosi bisognoso di baciarne le labbra in una silenziosa attesa del Verbo.

A questo punto arrivano sulla scena dei bambini con i loro zaini colmi di pietre e cominciano a lanciarle contro l’immagine raffigurante il volto di Cristo. Ma ahimè!, il messaggio si rivela sotto la tela, la vera conclusione arriva da dietro l’immagine del Cristo, dal suo stesso interno. Movimenti di corpi aerei la deformano, le danno corpo per poi lacerarla e ridurla in brandelli, facendola scomparire. A questo punto l’inconsiderata azione iconoclasta mostra il messaggio nascosto sotto la tela: “il Verbo”: a grandi lettere appare la scritta “I’m (not) your shepherd”, dove quel “not” appare e scompare allo sguardo dello spettatore. Il volto così si è reso parola, ma ci interrompe nell’interrogativo: quel Cristo ormai squarciato è o non è il nostro Pastore? Secondo la regia i temi della religione vanno liberati da una serie di stereotipi di accondiscendenza.

L’autore in realtà rappresenta una storia d’amore di un figlio inverosimilmente paziente nei confronti del padre anziano e non più autosufficiente. Questa performance teatrale ci pone inevitabilmente a confronto con la tragedia della vecchiaia, oggi protratta dal progresso della scienza, con la dolorosa costatazione di questo dramma sociale che coinvolge e mette sempre più alla prova la responsabilità dei figli verso i genitori.
Il dramma di Castellucci portato sul palcoscenico del Politeama barese, sicuramente disattende le critiche negative fino ad ora ricevute, ma resta comunque un lavoro di tipo embrionale, la sofferenza sulla scena viene espressa magistralmente dai due attori protagonisti, i quali divengono l’anima della scena stessa. Sicuramente l’idea è buona ma andrebbe sviluppata in modo più articolato rendendo più esplicito il concetto di religione intesa come equivalente al dubbio.

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