Al Petruzzelli in scena l’immagine delle masse strumentalizzate dagli istinti degradanti

petruzzelli_carmelitane

di Maria Caravella

La direzione artistica della Fondazione Petruzzelli con grande coraggio e intelligenza ha scelto un’opera straordinariamente moderna e attuale come “Les Dialogues des Carmélites” (I Dialoghi delle Carmelitane) del compositore francese Francis Poulenc, senza dubbio annoverabile fra i grandi del Novecento musicale, per dare l’avvio in un nuovo allestimento voluto dall’omonima Fondazione lirico-sinfonica all’apertura della Stagione 2015.

La vicenda dell’opera di Poulenc ha inizio nel 1953, quando l’editore Ricordi propone al compositore un balletto per il Teatro alla Scala incentrato sulla figura di Santa Margherita da Cortona. Poulenc mostra però di preferire l’idea di un’opera e Ricordi gli suggerisce i Dialogues di Bernanos, che tanto successo stavano riscuotendo in tutta Europa, in cui si parla dell’esecuzione di sedici carmelitane, avvenuta il 17 luglio del 1794. Dopo un paio di giorni Poulenc decise di accettare la commissione, stimolato dalla possibilità di tratteggiare complesse figure femminili, in particolare quella della protagonista, Blanche de la Force.

La trama dell’opera è un articolarsi di eventi psicologici più che di azioni vere e proprie. Bernanos, autore del romanzo da cui è tratto il libretto, infatti ha cura di sviluppare, in un contesto storico che appare forse secondario ma non fittizio, una narrazione scarna negli accadimenti ma ricca di travagli individuali, che diviene una simbiosi di corrispondenze affettive e stati d’animo tra i personaggi della vicenda.

In un contesto attuale in cui si ripresenta, incalzante la minaccia di violenze collegate a pretesti religiosi, la storia narrata nel libretto, redatto dallo stesso Poulenc ispirato all’omonimo dramma di Georges Bernanos, si ispira a un fatto realmente accaduto, ossia l’esecuzione, durante la Rivoluzione francese, di sedici religiose note come le “martiri di Compiègne”, rifiutatesi di rinunciare ai loro voti. In pieno ‘Regime del terrore’, dopo aver fatto “voto di martirio” offrendo le loro vite per ottenere la fine del massacro che funestava chiesa e stato, le carmelitane furono trasferite a Parigi dove vennero messe a morte con l’assurda accusa di “macchinare contro la Repubblica” nel chiuso del loro convento. Furono ghigliottinate nel luglio del 1794 e i loro corpi scaraventati in una fossa comune.

Sicuramente un passaggio che ci fa ancora riflettere su alcuni risvolti irrazionali della Rivoluzione francese e fornisce prove del come determinate forme di violenza alimentano ancora oggi l’odio e la svalutazione per la vita umana, senza condizioni di cultura, ideologia, religione o divergenze di pensiero. Sentimenti infausti che fanno leva sulle masse pronte a essere strumentalizzate negli istinti più degradanti del genere umano.

L’esperienza individuale di queste suore, esposta non come una narrazione puramente religiosa, permette una generale riflessione sulla soprannaturalità e l’immanenza, sulla relazione tra religiosità, interiorità ed essenza del quotidiano.

È facile a questo punto comprendere quanto quest’opera può rappresentare per un regista una nuova sfida, che Leo Muscato ha brillantemente superato, grazie anche a validi supporti come il prezioso contributo scenografico di Federica Parolini e dei costumi di Silvia Aymonino e della figurazione luci di Alessandro Verazzi. A caratterizzare la messa in scena, una scenografia classica con impercettibili contaminazioni multimediali, lo stesso si può dire per i costumi. Nel primo atto, riempiono la scena un grande tavolo rettangolare con sopra un considerevole numero di candele accese, di grandi dimensioni e due poltroncine laterali.
A seguire un effetto scenico davvero degno di nota: nella zona sovrastante il sipario due poltrone regali e un arredo imponente a simboleggiare la mondanità, nella zona inferiore il monastero e L’andirivieni delle monache, il tutto proposto come due quadri che alternativamente si illuminano e si rendono visibili.
Nel secondo tempo la scenografia mantiene la medesima strutturata, con i“due quadri” che continuano a palesarsi a volte in modo alternato in altre simultaneamente.
Nell’ultimo atto a essere in primo piano è la scenografia che rappresenta il convento anche se continua a persistere la scena superiore; ma ad un tratto dopo la veloce discesa di una parte del sipario, ecco riapparire sulla scena la scenografia iniziale, ma questa volta con il tavolo disfatto con le candele semispente e a seguire quella che mostra in una cava le carmelitane ormai in prigione che attendono l’esecuzione.
Come scena conclusiva c’è quella delle suore condannate a morte dal tribunale rivoluzionario che si preparano a raggiungere l’aldilà. L’opera si conclude con il martirio delle Carmelitane che simbolicamente attraverso una scala nascosta dietro la scena  ascendono al cielo, salgono sul patibolo cantando un Salve Regina che è una delle vette incontrastate della musica di Poulenc con il popolo trattenuto dai gendarmi che fa da spettatore come allora era consueto durante le esecuzioni di piazza. A questo punto Blanche accorre e liberandosi dagli abiti “civili” affronta con dignità il martirio sentendosi finalmente parte integrante del Monastero del Santo Carmelo. Una conclusione sconvolgente, scenicamente risolta in modo creativo, che richiama fedelmente agli avvenimenti realmente accaduti.

Intensa, acuta, commuovente e affascinante la messa in scena nel politeama barese che ha rappresentato l’occasione favorevole per assistere ad un capolavoro musicale del Novecento che, rimane ancor oggi di non frequente esecuzione. Oltre alla bellezza dell’allestimento, ha contribuito ala riuscita dello spettacolo la presenza di un talentuoso cast dalle considerevoli qualità vocali e interpretative, a partire dalla sorprendente voce di Sylvie Brunet-Grupposo (mezzosoprano drammatico) nel ruolo di una Madame de Croissy (l’anziana priora), alla palpitante Blanche de la Force interpretata dal soprano Ermonela Jaho, all’altera Mère Marie del mezzosoprano Anaik Morel, alla gioviale e spontanea Soeur Constance del soprano Valentina Farcas, alla protettiva Madame Lidoine (la nuova priora) del soprano Cécile Perrin. Di autorevole presenza scenica e impatto vocale il Marquis de la Force (padre di Blanche) del baritono Jean-Philippe Lafont. Straordinaria l’interpretazione del bassbariton Domenico Colaianni (nella doppia veste del Deuxième Commissaire e del gèolier) come anche quella di tutti gli altri interpreti, capaci di dare rilievo anche ai personaggi minori come : Ekaterina Chekmareva (Mère Jeanne), Sara Allegretta (Soeur Mathilde), Rodolphe Briand (L’aumonier), Francesco Castoro (Première commissaire e Thierry), Gian Luca Tumino (Première officier), Graziano De Pace (Monsieur Javelinot).

Una nota di merito va all’Orchestra del Teatro Petruzzelli che ha dimostrato alla guida di Franco Sebastiani, una straordinaria professionalità.

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