Casamassima, la scuola Rodari fa beneficienza: le buone pratiche dal basso

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di Marilena Rodi

La scuola pubblica avrebbe bisogno di un restyling serio, nuove aule, insegnanti di sostegno strutturati, nuovi plessi. Eppure c’è chi – visti i tempi di crisi e di indigenza – decide di raccogliere fondi per devolverli a chi ha bisogno: cedere, cioè, un diritto acquisito per sostenere un bisogno reale, immediato, e predisporre la comunità alla crescita. Pensatela come volete, ma quanto è accaduto alla scuola Rodari di Casamassima entra nelle buone pratiche dal basso, di quelle che vengono dai cittadini per i cittadini, di quelle azioni che nascono dal cuore e che tornano al cuore: chi dona prova un’emozione più grande di chi riceve, e nel contempo – oltre ad aiutare a crescere gli adulti di domani nello spirito del socialismo puro, quello che connota la solidarietà e non il lato meramente politico – restituisce alla scuola il suo valore didattico.

Ma andiamo per ordine. Nel mese di dicembre presso i giardini della scuola Rodari era stato promosso e organizzato il mercatino di natale nel quale studenti, insegnanti e famiglie avevano collaborato gomito a gomito per raccogliere fondi da destinare ad ‘azioni positive’ per il territorio. Al termine della manifestazione, molto apprezzata, erano stati raccolti 2mila euro. In questi giorni, dopo il consiglio di istituto al quale hanno partecipato anche le famiglie, quei soldi raccolti saranno donati alle associazioni di volontariato che operano con la Caritas (associazione ‘Comunione è vita’), a Libera (l’associazione di don Ciotti per la lotta per la legalità), al centro San Nicola (che sostiene i genitori di bambini autistici), e al gruppo di volontariato della comunità cinese di Modugno (che assiste le persone di nazionalità cinese nei processi di integrazione). Quest’ultimo è stato coinvolto dalla stessa Rodari nell’intermediazione linguistica in classe.

Facciamo il punto soprattutto su questo, perché non è banale. Alcuni bambini cinesi che frequentano le nostre scuole – senza l’intervento del mediatore – fino alla settimana scorsa erano assai limitati nell’apprendimento, vista l’impossibilità di comprendere la lingua italiana. E dalla loro lentezza di apprendimento ne poteva scaturire un rallentamento collettivo che poteva incidere anche su quello degli altri alunni, di nazionalità italiana. Un’integrazione, insomma, non degna di chiamarsi tale. Perché solo ora un mediatore e persino volontario dell’associazione succitata? Nel bilancio comunale non potevano essere reperiti fondi per sostenere le spese di un insegnante di sostegno: è solo grazie al contributo della scuola in favore di questi volontari che il programma didattico potrà avanzare con meno difficoltà. Una buona pratica che torna utile a chi la fa e a chi la riceve, che funziona, che risolve un problema e che insegna a gestire le relazioni.

Tutto ciò è stato possibile grazie alla visione di docenti e genitori.

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