Il piacere della carne ricercato nell’Hiv (Aids)

Il servizio andato in onda ieri. Clicca per vederlo.
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di Marilena Rodi

E non si può restare in silenzio dopo il servizio-inchiesta di Nadia Toffa delle Iene andato in onda ieri sera. “Voglio prendere l’Hiv”, titolava, e l’hashtag invece – quasi simulacro di un messaggio ondivago – era #folliahiv. Dico la mia, certo, e la dico con una certa ansia. In questo mare magnum di trasgressioni stiamo sfondando – se già non l’avessimo fatto – il muro della tolleranza del buon senso. Ma – e mi viene un dubbio – il buon senso può, per caso, portare a cercare una malattia per star sicuri nel fare sesso? Andiamo per ordine. Il servizio delle Iene ha portato alla luce un fatto: esiste una comunità di persone che ricerca partner sessuali per contrarre il virus dell’Hiv. “Così – dicono – nella sessualità possiamo sentirci tranquilli”. “Così – sottolineano – meglio fare sesso con una persona col virus dell’Hiv invece che con l’epatite o la sifilide, perché – e questo aspetto fa emergere l’‘altezza morale’ – almeno queste persone sono sotto terapia”. Sono controllate, cioè. Sono sottoposte a controlli periodici e “ci si può fidare”.

Questo in sintesi. L’aspetto che mi lascia in mezzo a un mare magnum è l’incredulità. Siamo ridotti a cercare una malattia ‘terapizzabile’ per fare sesso sfrenato(?). Che si tratti di sesso omosessuale o etero, naturalmente, mi lascia indifferente. Questa è la deriva umana alla quale stiamo approdando? I discorsi intorno alla dignità qui si perdono come i granelli di sabbia nel palmo della mano dell’individuo su quella riva. L’identità si identifica – e perdonate il giro di parole – nella frenesia di un piacere che ab illo tempore provocò amputazioni e/o storpiamenti. Nulla di nuovo dunque? È solo l’essere umano che si evolve in una forma di bruttura esistenziale? Quel che era diventa nuovo e si rinnova. Un po’ come dire che l’innovazione non è una riedizione del vecchio, ma un cambiamento nel nuovo. La perplessità, però, resta tutta. Resta perché indaga l’animo, lo discerne e lo interroga. Dove vai tu, anima sì spensierata? Se avessi pensieri non t’arrenderesti al ‘dolce sperimentar il dolore fisico, né tantomeno il tormento delle carni’. O forse sì. Se non lo facessi come potresti insegnare (segnare dentro) le vite?

Attraverso il dolore e la sofferenza si impara a superare se stessi. Ma chi non avesse carattere si piegherebbe nell’illusione della libertà che il suicidio evoca. Libertà, suicidio, animo, scelta, libero arbitrio. Uno spirito laico si ferma qui. Chi esercita la libertà nel pieno della sua accezione ha scelto di cercare la contaminazione del virus per raggiungere la libertà del piacere sessuale. E allora la considerazione miserevole che posso trarne è che la gabbia della vita – una vita che non abbiamo scelto di vivere perché non abbiamo deciso noi di nascere – possa tenere prigionieri quelli che nascono sudditi. Sudditi del piacere, di se stessi, dell’orgoglio, della vanità e del dolore. Perché – ancor più miserevole considerazione – chi cerca il dolore, in fondo, potrebbe non averlo scelto, ma esserne vittima generazionale. Considerazioni, certo..

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